mercoledì 12 novembre 2008

IL SEME DI NASIRIYAH: LA STORIA DI UN EROE ITALIANO CHE AIUTAVA I BAMBINI IRACHENI


CINQUE ANNI FA, 19 EROI RITORNAVANO IN ITALIA IN UNA BARA AVVOLTA NEL TRICOLORE… TRA LORO GIUSEPPE COLETTA, “IL VICEBRIGADIERE DEI BAMBINI” CHE DOPO IL TURNO DI LAVORO ANDAVA AD AIUTARE I MEDICI ALL’OSPEDALE PEDIATRICO DI NASIRIYAH… LA MOGLIE MARGHERITA HA DONATO IL RISARCIMENTO DELLO STATO PER AIUTARE I BAMBINI IRACHENI, HA CREATO UNA ASSOCIAZIONE E SCRITTO UN LIBRO… DAL PROFONDO SUD DUE ESEMPI STUPENDI DI QUANTO E’ GRANDE IL CUORE DEL NOSTRO POPOLO
E’ una storia lunga, triste e meravigliosa quella che Lucia Bellaspiga, giornalista de L’Avvenire e Margherita Coletta, vedova di Giuseppe, il “vicebrigadiere dei bambini”, ucciso a Nasiriyah insieme a 18 commilitoni del contingente italiano cinque anni fa, raccontano nel libro “Il seme di Nasiriyah” ( Ediz. Ancona, 12 euro).
Una splendida storia d’amore, il dramma della guerra, le attese di una moglie fino a quel 12 novembre quando la casa di San Vitaliano, vicino a Napoli, si affolla di gente perché Giuseppe non sarebbe più tornato.
E quella frase che Margherita, stringendo la figlia Maria di due anni, dirà: “Se amate quelli che vi amano che merito avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.
Giuseppe con i suoi 18 compagni atterra a Ciampino chiuso in una bara, avvolto dal tricolore. Funerali di Stato per diciannove eroi da celebrare solennemente e dimenticare velocemente. Giuseppe Coletta lo chiamavano “il vicebrigadiere dei bambini” perché la sua missione di pace era anche quella di andare all’ospedale pediatrico di Nasiriyah dopo il turno di lavoro, ad aiutare i medici e portare caramelle e giocattoli ai bimbi a cui la guerra aveva tolto il sorriso.
Lui si inventava di tutto per far ridere i piccoli storpiati dalle bombe, accanto a sé c’era sempre Paolo, il bimbo di quasi sei anni, suo figlio, al quale anni prima era stato diagnosticato un tumore. Paolo se ne andò dopo sei mesi di sofferenza.
Giuseppe dopo i funerali prende i giochi e i vestiti di Paolo e li porta in un orfanotrofio a Napoli, ma il suo pensiero non lascerà mai il reparto di “oncologia pediatrica” dove il suo bimbo e tanti altri hanno lottato contro un male troppo grande per loro.
Aveva un bisogno estremo di portare aiuto a quei piccoli innocenti che pagano le conseguenze di conflitti inutili. Comincerà dall’Albania, poi la Bosnia e il Kossovo.
Infine Nasiriyah: era partito nel luglio del 2003, sarebbe dovuto rientrare l’otto novembre, quattro giorni prima della strage, per ritirare un premio. Ma Giuseppe rimane in Iraq perché non vuole lasciare i bambini nell’ultima settimana di missione.
Quando telefonava a casa, si sfogava con la moglie ” Non è accettabile che bambini sani mi muoiano tra le braccia solo perché qui gli ospedali sono così poveri, perché manca un’incubatrice o il cibo per nutrirli”.
La moglie lo ascoltava e poi si dava da fare per spedire quello che poteva, soluzioni fisiologiche, latte in polvere, giocattoli. Dirà Margherita: “Credevo di aver già dato abbastanza al Signore. Pensavo non mi avrebbe più chiesto altro dopo la morte di Paolo, ma non funziona così… “. Margherita accetta anche la morte del marito senza sprofondare nella disperazione, sorretta da una fede più dirompente dei 300 chili di tritolo: ” Non ci siamo divisi. Giuseppe è salito in cielo da Paolo e io sono rimasta qui con Maria, ma un giorno saremo di nuovo tutti insieme”.
Dopo la morte di Giuseppe, all’ospedale pediatrico di Nasiriyah arrivano tre incubatrici spediti dall’associazione ” Margherita e Giuseppe Coletta”. E’ nell’associazione che la vedova ha investito il risarcimento concesso dallo Stato per l’uccisione di Giuseppe ed è all’associazione che andrà l’incasso delle vendita del libro “Il seme di Nasiriyah”.
In fondo Margherita sta solo continuando l’opera che aveva iniziato il marito. Grazie a loro, tanti bambini oggi sono vivi e possono sorridere, tanti malati sono stati curati, tante sofferenze lenite. Ogni tanto qualcuno ci chiede perché mettiamo tanta “passione” nella critica alla Casta dei politici, tanta “rabbia” nel denunciare lo squallore di tanti meschini egoismi.
La risposta sta in queste due stupende e umili figure che rappresentano il nostro popolo migliore, una coppia unita, oltre la morte, nel fare del bene.
C’e’ chi rinuncia all’indennizzo per aiutare i bambini iracheni, c’e’ chi pretende privilegi, c’e’ chi pensa agli altri pur nella sofferenza, chi solo a se stesso nel lusso, c’e’ qualche infame che urla “10,100,1000 Nasiriyah” e vive la sua putrida vita di odio e chi ama il proprio popolo fino al sacrificio estremo, chi disprezza i meridionali e chi ama l’Italia unita dal cuore e dal sacrificio della vita.
Noi sappiamo da che parte stare e non ci spostiamo di un millimetrohttp://rfucile.altervista.org

SAN MARTINO


Ricordate la poesia "San Martino" di Carducci, quella deplorevolmente musicata da Fiorello anni fa?
"Stormi d' uccelli neri, com' esuli pensieri nel vespero migrar".
Uno di questi ieri mattina si è trovato dinanzi un aereo della Ryanair disintegrandosi nei motori del velivolo. L'evocazione poetica contrasta con la terribile fine di miti uccellini in volo verso terre più calde per i quali l'ultimo, oscuro pensiero sarà stato: ma non erano tutti in sciopero?

RENATO BRUNETTA : DA GENNAIO LA PENSIONE IN TABACCHERIA


Renato Brunetta, il gigante:

“Da gennaio sarà possibile ritirare la pensione dal tabaccaio ma già adesso si può andare, per esempio, a versare i contributi per la colf e per altri servizi“.

“Stiamo allargando lo spettro delle opportunità ed entro un anno e mezzo in 100mila punti, i carabinieri, le farmacie, i notai, le stazioni ferroviarie, i centri commerciali, la Coldiretti, le Camere di commercio, si potrà fare quasi tutto, a seconda naturalmente delle specificità dei vari luoghi. Per cui dal tabaccaio si ritirerà la pensione mentre in farmacia si potranno prenotare gli esami clinici“.

martedì 11 novembre 2008

LA FELICITA' E' TUTTA NOSTRA






«Quando sento Berlusconi prendere questa cosa alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è "sempre abbronzato", mi fa strano. Lo si metterà sull'umorismo... Ma spesso, sono molto felice di essere diventata francese», ha dichiarato Carla Bruni, moglie del presidente francese Sarkozy in un'intervista apparsa domenica su Le Journal du Dimanche.
Madame Bruni si rilassi e stia serena, il sentimento è perlomeno reciproco, la stragrande maggioranza del popolo italiano infatti,non ama certo chi come lei, è pappa e ciccia con criminali assassini, brigatisti e terroristi come Marina Petrella e usa la sua influenza con il marito per impedire alla giustizia di fare il suo corso.
Pertanto, possiamo affermare,pacatamente e serenamente,senza tema di essere smentiti che:
LA FELICITA’ E’ TUTTA NOSTRA ! ! !

domenica 9 novembre 2008

I SOGNI SI INFRANGONO SUI BANCHI DEL CONSIGLIO


Importante seduta del consiglio comunale domani sera 10 novembre.
All'ordine del giorno l'incontro con i dirigenti del CIS per la "relazione sulla gestione aziendale dei servizi pubblici e programma di sviluppo"
In questi giorni di OBAMAMANIA ho sentito diverse volte il Sindaco affermare che la vittoria di Obama sta' a significare che anche i sogni possono realizzarsi e concretizzarsi, ed e' vero...
Noi, molto terra terra, non ambiamo a cambiare il mondo, ne' tantomeno a modificare i rapporti tra le Nazioni, non ci compete, ma ci sta' a cuore la salute dei cittadini, e forse qualcosa possiamo fare senza scomodare i sogni. Non chiediamo nemmeno di chiudere l'inceneritore, ma almeno un po piu' di trasparenza, di rispetto verso i cittadini e verso le organizzazioni che li rappresentano, questo e' il minimo che potremmo fare.
E' un sogno ? no, e' solo buon senso, ma evidentemente e' piu' comodo esaltare le scelte coraggiose degli Americani, che cercare nel nostro lavoro quotidiano di essere rispettosi di chi ci ha eletto e di chi governiamo.

GRAZIE DON DEL BECARO PER AVER PERMESSO DI ONORARE I NOSTRI EROI


Leggo sul Tirreno di oggi, la cronaca della cerimonia avvenuta in comune in ricordo dei ragazzi quarratini caduti nella prima guerra mondiale,cerimonia commovente e sobria con la partecipazione dei ragazzi della scuola media che hanno letto i nomi di loro parenti morti in quella occasione, nulla da eccepire, ero presente insieme ai consiglieri Bianchi e Mazzoni del centrodestra, gli unici, quelli della maggioranza di sinistra non c'erano avevano evidentemente altre cose piu' urgenti da fare, ma va bene cosi, mi sarei meravigliato del contrario.
Alle 11,30 ci siamo recati presso la chiesa di S.Michele per rendere omaggio con una corona di alloro alla stele che ricorda i caduti dentro il parco della Rimembranza.
Dice il giornale "la cui apertura e' stata GENTILMENTE concessa dal parroco don Mario del Becaro"
Ma come!!! gentilmente concessa?
Quello e' un patrimonio della citta' intera, voluto negli anni '20 dall'allora Podesta' perche' fosse perenne il ricordo di chi aveva dato la vita per l'unita' d'Italia, e' forse il Parco della Rimembranza "roba" del parroco?
Evidentemente cosi pensa Lui, se e' vero come e' vero che lo aveva chiuso tempo addietro, e ora lo ha riaperto ( a ore ) dopo l'intervento dei consiglieri del centrodestra in consiglio comunale.
Ma forse c'e' altro dietro ( dietro in tutti i sensi ) al parco della rimembranza, e lo andremo a verificare prossimamente.
C'era del nervosismo, l'altra mattina all'interno del parco, forse troppi i presenti, e qualcuno, a dire il vero, anche con comportamenti sopra le righe, ma seguiremo gli sviluppi in consiglio comunale e sul blog.

sabato 8 novembre 2008

"YES , WE CAN " WELTRONI E OBAMA


Vorrei fare oggi a due giorni dal voto per l’elezione di Obama a Presidente Usa alcune considerazioni.
Tutta la sinistra italiana ha commentato con estremo compiacimento l’elezione di Obama come se avessero vinto loro.Veltroni, e compagni. Ecco “compagni” per l’appunto.

Da Repubblica:VELTRONI: OBAMA E’ DEI NOSTRI. ..
Veltroni non ha dubbi, ”Obama non sembra uno dei nostri. E’ uno di noi. E’ il leader di un grande movimento politico e civile che e’ il pensiero democratico”.

Dall’UNITA’:Pd esulta con manifesti sui muri: Già dalle prime ore del mattino, sui muri della capitale, sono apparsi i manifesti con il quali il Partito democratico saluta la vittoria di Obama nella corsa alla Casa Bianca.

“Yes, We Can” Veltroni l’altra notte ha fatto un sogno. SuperWalter sognava di essere nero, di aver studiato legge ad Harvard e di essere osannato dalle folle al grido di Noi siamo il Cambiamento e Possiamo Farcela.

Vorrei far presente a questi signori che il partito democratico americano non ha nulla a che vedere con il presunto partito democratico Italiano. L’America ha sempre combattuto il comunismo,i comunisti o presunti comunisti venivano messi in carcere. Essere comunisti in America era contro la legge , contro la nazione , forse questo i “nostri” comunisti non lo ricordano più.
Qui da noi hanno cambiato il nome ora sono “democratici” ma sempre comunisti sono.
Quindi è assolutamente fuori luogo dire o affermare che “Obama è uno dei nostri” come se l’America avesse cambiato posizione eleggendo Obama e fosse diventata pseudo comunista.
I nostri democratici non sanno nemmeno cosa sia la “democrazia”. Ci risparmino per favore.

P.S. Io chiaramente sono di destra ma voglio dire questo:
Obama mi piace,è giovane e motivato.Gli auguro di essere un ottimo Presidente.

http://www.falcodestro.it

WALTER : UFFA, SE VI DICO CHE SONO L'OBAMA ITALIANO, MI DOVETE CREDERE


Era una cosa semplice semplice.

Doveva solo indicare il suo preferito, tra quelli che partecipavano alle primarie dei democrat (oltre un anno fa):

“Mi auguro un ticket Hillary Clinton-Obama alla guida degli Stati Uniti”.

“Ma sarebbe una bellissima scelta anche John Edwards”.

Ieri, insomma, non si sbilanciava. E ad una scelta netta, preferiva il suo solito “ma anche”. Oggi che la situazione è definitivamente delineata, invece, prova a sfruttare la vittoria di Obama, dichiarandosi suo sostenitore dalla notte dei tempi, perché pensa la cosa possa tornargli utile, ed evitargli la débâcle - certa - alle Europee.

Ma Walter è il nuovo Obama? E soprattutto: il Partito democratico italiano può essere paragonato a quello americano?

A sentire i “suoi”, quelli del Pd, nessuna comparazione è possibile.

Il primo a sottolinearlo, è stato Massimo Cacciari, qualche giorno fa:

“Spero nessuno sia così patetico da appropriarsi della vittoria di Obama (…). Neanche il Partito Democratico ha niente a che fare con Obama”.

Inoltre:

“Per quanta stima e affetto io abbia per Veltroni, è comico metterlo accanto a un evento di questa portata epocale”.

Comico.

E D’Alema che dice, al riguardo?

“La vittoria di Obama non significa che, automaticamente, vinceremo pure in Italia”.

Poi arriva la frecciata:

“Io credo che la vittoria di Obama sia per noi, soprattutto, una sfida riformista sul piano generazionale”.

Come dire: a buon intenditor, poche parole.

E Cicciobello Rutelli, che pensa?

“La vittoria di Obama è la vittoria del Partito democratico americano, non di quello italiano”.

“Insomma, per capirci: io suggerisco a tutti di evitare ogni enfasi”.

Caustica, poi, è la valutazione di Nicola La Torre:

“Sperare che il successo di Obama possa avere riflessi netti e immediati da queste parti, mi spiace, è una pura, patetica illusione”.

E la sempre garbata Linda Lanzillotta?

“Io non credo che Veltroni pensi d’essere l’Obama italiano… sarebbe del tutto ridicola, questa ambizione”.

“Diventi leader sul campo… non diventi Obama per grazia ricevuta”.

I suoi lo adorano, non c’è che dire
http://www.camelotdestraideale.it/

MA IL LINGUAGGIO DIRETTO DI SILVIO HA FATTO LA SUA FORTUNA


Berlusconi è così, prendere o lasciare: il protocollo e il gergo della diplomazia non sono nel suo dna, ma stipulare tredici accordi con la Russia e ripulire Napoli dai rifiuti sono cose che gli riescono bene. Prendete l’esempio della battuta su Barack Obama: che cosa avrebbe detto di sconveniente Berlusconi, se si va all’osso? Il fatto che alluda al colore della pelle del nuovo Presidente degli Stati Uniti? Ma che scoperta! Tutto il mondo ne parla, da mesi, compresi tutti i sepolcri imbiancati che oggi simulavano indignazione e raccapriccio. Anzi, a voler essere filologici, il modo in cui Obama deve essere definito, in America, non è ovviamente la parola nigger (che corrisponde anche in italiano al dispregiativo «negro»), non è di sicuro «afroamerican» (perché Obama non appartiene al ceppo etnico degli ex schiavi dell’Ottocento), ma è proprio «coloured» (di cui «abbronzato», se vogliamo, è la più vezzeggiativa delle traduzioni). Quindi, andando al sodo, nella frase pronunciata da Berlusconi in Russia non c’è nulla, ma proprio nulla che abbia un sottofondo vagamente o concretamente razzistico. Ed è la sostanza delle cose che decide se una battuta è offensiva oppure no. Mentre la vera gaffe è quella di chi continua a non capire che da quattordici anni, l’anomalia vincente di Berlusconi consiste proprio nella sua continua capacità di violare i confini del politicamente corretto. Dovrebbero capire, i Veltroni, i Franceschini, i vari Di Pietro che da almeno quattordici anni non è che Berlusconi vinca malgrado un eloquio che loro considerano sconveniente, ma semmai il contrario. Berlusconi vince proprio perché la sua cifra comunicativa è questa: diversa, non imbrigliata dalle convenienze, non congelata dal freddo sigillo della più algida burocraticità. Ma tutti i grandi leader violano e hanno violato questi confini, nella storia: non era politicamente corretto Winston Churchill, quando durante la guerra pronosticava «lacrime e sangue» (non parlava di «sacrifici doverosi», come gli eurocrati di oggi), non lo era sicuramente Charles De Gaulle quando spiegava che nella sua Francia c’erano più partiti politici che formaggi (ed era Presidente della Repubblica!). E così, da quattordici lunghi anni, Silvio Berlusconi continua a fare questo: si diverte a infilare le corna in una foto ufficiale, per esempio. Sono forse più spontanee quelle foto in cui le grisaglie grigie dei burocrati si mettono in posa una al fianco all’altra? Ovviamente no. C’è forse qualcosa di offensivo per il ministro spagnolo che fu vittima di questa burla? Ovviamente no. E dunque Berlusconi rompe quella ritualità impolverata, e comunica la sua diversità. Oppure il premier dice: vincerò io perché «gli elettori non sono mica dei coglioni». Tutti noi, nella nostra vita quotidiana facciamo ricorso a questo lessico informale, e sicuramente ironico: ma gli opinionisti della sinistra vogliono vedere in quella battuta una notitia criminis e allora ne rovesciano il senso: «Berlusconi dà dei coglioni agli elettori del centrosinistra». Qui, se c’è qualcosa di osceno è il modo in cui il senso di quella battuta è stato deliberatamente stravolto per creare un caso, per trasformarla in un insulto. E il Berlusconi che dava del kapò a Schultz che aveva mancato di rispetto al governo italiano? Certo, per un tedesco era sicuramente un’offesa sanguinosa, ma non era anche questa una risposta a chi per anni ci ha dipinto come dei mangiaspaghetti mafiosi? Ancora una volta, il politicamente scorretto berlusconiano andava al senso delle cose, senza giri di parole, e significava scrollarsi di dosso gli atavici complessi di inferiorità che per noi risalgono alla seconda Guerra mondiale.Lo stesso vale per le barzellette sulle sabbiature, per le bandane più o meno esibite, per le revisioni storiografiche un po’allegre e per le battute sulle località di «villeggiatura» dei confinati del fascismo. Il premier è diverso dai molti ipocriti che si fanno scudo del politicamente corretto per difendere politiche scorrettissime, lobbies di affari, rendite di posizione e poteri forti. Nella sua base elettorale il politicamente scorretto berlusconiano raccoglie ascolto e consensi. Una «connessione sentimentale», come direbbe forse Antonio Gramsci, che al rapporto fra il sentimento nazionalpopolare e le leadership ha dedicato alcune delle pagine più belle dei suoi quaderni. Parlava anche di Berlusconi. Anche se non poteva saperlo. (il Giornale)

QUELLI CHE LA BANDIERA AMERICANA LA BRUCIAVANO NEI CORTEI


C’era una volta l’Amerika. Adesso c’è l’Eden. Miracolo di una notte di mezzo autunno: avete presente il Paese brutto sporco e cattivo, quello che bombardava i bambini e rubava nelle banche, quello con gli stivaloni da cowboy e fior di intelligenza bovara, quello un po’ devoto e perciò retrivo, di più: praticamente troglodita, con la pistola facile e l’aborto difficile, quel Paese lì insomma, di guerrafondai beghini, torturatori e ultimamente anche un po’ bancarottieri? Ebbene: ha fatto puff. Non c’è più, è svanito, si è dissolto fra gli urletti di giubilo e i festeggiamenti della notte nera. Ha vinto Obama: l’impero del male è già diventato l’impero del miele.
Non sentite questo vago sapore dolciastro? Sfogliate i giornali, accendete la Tv, aprite i siti Internet. Vi verrà addosso un’ondata di melassa stelle e strisce, una cascata di nutella&hot dog, un concitismo degregorio radical yankee con una tale quantità di zuccheri che, se soffrite di diabete, conviene che vi chiudiate in isolamento per qualche giorno. Con i tappi nelle orecchie. Dov’è finito quel Paese di malandrini e truffatori, bombardieri e massacratori? Dov’è finita la centrale mondiale del capitalismo malato, la levatrice degli hedge fund, la diabolica fucina di disuguaglianze sociali? Tutto seppellito sotto il nuovo regno del sogno, il ritrovato santuario della democrazia, il vicino west dove ogni desiderio si può realizzare. Sono bastate poche ore: fino a ieri sera vedevano solo l’orrore, ora vedono solo la speranza. Che cosa ci volete fare? Cristoforo Colombo sarebbe fiero di loro: hanno scoperto l’America. E senza nemmeno bisogno della Nina e della Santa Maria. Al massimo, della Pinta.
«L’America cambia pelle», titola il sito internet di Repubblica, con un gioco di parole che al tutt’al più potrebbe funzionare per Michael Jackson. L’Unità si commuove con una copertina strappalacrime: nelle prime pagine viene usata la parola «sogno» più che su un lettino di Freud. Che è successo? «L’America estingue il suo peccato originale», ci spiega Liberazione. Ecco, dev’essere questo: il passaggio nel lavacro obamiano ha effetti miracolistici: Wall Street, dimenticati gli squali, diventa nelle pagine di Repubblica, luogo di purezza angelica, ad Atlanta si concentrano i buoni sentimenti, per non dire di Chicago dove persino l’inverno «non si presenta» (nonostante fossero pronte ampie dosi di cioccolata calda), perché si sa, con Barack, anche il freddo è un po’ meno freddo. I mutui subprime? Dimenticati. Le ingiustizie? Pure. La violenza? Sparita. E dappertutto, da Harlem al Texas, «le violenze razziali contano sempre meno». A questo punto ci resta solo un dubbio: quando si accorgeranno che i grattacieli di Manhattan sono di marzapane e nel Mississippi scorre latte e miele?
Nelle ultime ore abbiamo visto di tutto. Veltroni che esulta per la vittoria di Obama come se fosse sua, D’Alema che individua nel risultato americano la crisi di Berlusconi e schiere di democratici che non riuscendo a prendere voti in Italia si consolano con quelli dell’Ohio e della Pennsylvania. L’importante è accontentarsi. Ieri sera grande festa democratica: a Washington? No, a Roma. Evviva. Saltimbocca alla Biden, cacio, pepe e Indiana, Wisconsin all’amatriciana. Scene di ordinario provincialismo. Niente di cui preoccuparsi. Finché non vedremo una delegazione del Pd salire sul Colle a chiedere elezioni anticipate in Italia causa vittoria di Obama in America, stiamo tranquilli. Anzi, c’è da essere felici che finalmente la sinistra, dopo tante sofferenze, trovi qualcosa per cui rallegrarsi. Quello che è inaccettabile, però, è che ora si trasformino in paladini degli Stati Uniti i medesimi che fino a ieri gli Stati Uniti li prendevano nella migliore delle ipotesi a pesci in faccia. Gli Stati Uniti sono sempre gli stessi. Non cambiano in una notte. Hanno mille problemi, mille difetti, mille storture e ingiustizie: ma sono la garanzia delle libertà e della democrazia nel mondo, sono quelli che ci hanno liberato dalle dittature e ci hanno assicurato felicità e Harley Davidson, Coca Cola e telefilm, prosperità e Beverly Hills. Si possono e si devono criticare, naturalmente. Ma non si possono trasformare in una notte da impero del male a paese del sogno. Ed è insopportabile che nelle ultime ore tutti quelli che per anni hanno demonizzato l’America addirittura salgano sul pulpito e vengano a darci lezione di americanismo. Persino Franco Giordano di Rifondazione Comunista dice che si è emozionato per l’elezione di quello che considera «il suo presidente». Ne siamo felici. Ma chissà se gli hanno detto che il «suo presidente» giurerà su una bandiera stelle e strisce. E chissà se ricorderà i cortei in cui quella bandiera veniva bruciata.

Mario Giordano / il giornale

giovedì 6 novembre 2008

LE 10 DIFFERENZE TRA VELTRONI E OBAMA


Auguri al nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Perchè Obama è meglio di Veltroni

I 10 motivi per cui Barack Obama è meglio di Walter Veltroni

10. Barack Obama scrive best seller internazionali. Walter Veltroni scrive le prefazioni.

9. Barack Obama crea gli slogan. Walter Veltroni li copia (o li traduce).

8. Barack Obama correva alle primarie per battere Hillary Clinton. Walter Veltroni correva alle primarie per battere Rosy Bindi.

7. Barack Obama è laureato in scienze politiche alla Columbia University e in giurisprudenza (magna cum laude) ad Harvard. Walter Veltroni è perito cinematografico.

6. Barack Obama è stato il primo presidente afroamericano della prestigiosa rivista Harvard Law Review (la quale non ha mai distribuito in allegato le figurine panini dei calciatori). Walter Veltroni è stato direttore dell’Unità (prima ancora di essere giornalista).

5. Barack Obama ha rifiutato il sostegno di Brad Pitt e Angelina Jolie. Walter Veltroni ha rifiutato il sostegno di Enrico Boselli e Marco Pannella.

4. Barack Obama, nel 2007, ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali. Walter Veltroni, nel 2006, ha annunciato che, terminato il mandato da sindaco di Roma, avrebbe concluso la sua carriera politica.

3. Barack Obama si candida a leader di un partito voluto da Thomas Jefferson. Walter Veltroni è leader di un partito voluto da Romano Prodi.

2. Barack Obama è democratico, ma si rivolge a indipendenti e repubblicani. Walter Veltroni è democratico, ma si allea con Antonio Di Pietro.

1. Barack Obama non è mai stato comunista. Walter Veltroni dice di non essere mai stato comunista.

Aggiungo l’undicesima differenza:

Obama a gennaio 2009 sarà il Presidente degli USA, Uolter non si sa se sarà ancora il capo del governo ombra…

mercoledì 5 novembre 2008

OBAMA / ORA GLI USA CHIEDONO UN CAMBIAMENTO. E LA RETORICA NON BASTERA'



L’Ohio ha cambiato colore alle 21,18. In quel momento lo Stato che nel 2004 riconsegnò le chiavi della Casa Bianca a George W. Bush ha frantumato le speranze di vittoria di John McCain. La strada si era fatta in salita già mezz’ora prima con la conferma che la Pennsylvania aveva scelto Barack Obama. E il sentiero del senatore dell’Arizona, già stretto in verità alla vigilia, per approdare al 1600 di Pennsylvania Avenue era diventato ancora più irto. Quasi proibitivo.



Ha vinto quindi Barack Obama. Il 20 gennaio diventerà il 44esimo presidente americano, il 16esimo democratico. Ma quel che conta è che è il primo afroamericano a entrare da “padrone” nello Studio Ovale. Se l’America con queste elezioni voleva chiudere una volta per tutte la macchia, la colpa, della schiavitù e della segregazione, ci è riuscita.



Ora tocca a Obama mantenere la promessa del cambiamento e di riunire un Paese lacerato. Dovrà trasformare Washington da luogo della corruzione e dell’impopolarità all’ennesima potenza, nel salotto accogliente per tutti gli americani, poveri, minoranze e middle class.



Sfida non agevole: è più facile corteggiare le fasce deboli facendo il tribuno in giro per gli Stati Uniti, che dalla Casa Bianca. Da domani la retorica servirà poco.
Molto dipenderà dal Congresso, da quale maggioranza Barack avrà a disposizione. Camera e Senato sono in mano ai democratici. Ma la sinistra Usa ha mancato l’obiettivo più ambizioso (e difficile): raggiungere quota 60 senatori (serviva un balzo di +9) per bloccare l’ostruzionismo in aula dei repubblicani.
Per forza qualche concessione alla minoranza la dovrà fare il presidente Obama.



L’Amministrazione che il 20 gennaio entrerà in carica ha davanti a sé sfide immani. Non si illudano gli europei che il neopresidente cambierà la politica estera americana con la bacchetta magica. Muteranno forse i toni, non la sostanza. E non perché manchi la volontà. La complessità della macchina militare e diplomatica, l’adesione a trattati, intese e patti con i Paesi stranieri e le organizzazioni internazionali, non consente colpi di testa. Un presidente non può invertire rotta bruscamente. O non lo può fare un presidente Usa chiamato in primis e della Costituzione, a difendere la nazione e a tutelarne gli interessi.
E poi l’urgenza dell’America oggi non sono le truppe Usa in Iraq. Gli exit poll dicono che nella mente di 6 statunitensi su dieci nei seggi c’era l’economia, non la guerra al terrorismo.



E’ quindi l’ambiziosa agenda riformista sul fronte interno a invitare Obama all’azione. L’America ha scelto il cambiamento e ha chiesto maggior efficienza a Washington; più capacità di risolvere i problemi della gente. Obama dovrà affrontare la questione dell’assistenza sanitaria; della politica energetica; dei diritti civili e dei posti di lavoro.
Sarà giudicato su queste basi. E non servirà granché l’oratoria.

Alberto Simoni
il sussidiario


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martedì 4 novembre 2008

LE LUCI DI OXFORD


Quest’anno i bambini di Oxford non festeggeranno il Natale. Il consiglio comunale della città famosa per la sua storica università ha stabilito che “Christmas” è una festa limitativa e poco inclusiva. Musulmani, ebrei, indù, buddisti, animisti oltre che gli atei non hanno niente da rallegrarsi nel giorno della nascita di Gesù. E, quindi, per consentire loro di festeggiare il 25 dicembre al pari degli altri, i brillanti componenti del consiglio comunale di Oxford hanno deciso di cambiare il nome del Natale e di chiamarlo “Winter Light Festival”, cioè la Festa della Luce d’Inverno.
Non si sa se per l’occasione gli amministratori della splendida cittadina universitaria vieteranno gli alberi che ricordano il limitativo Natale cristiano o se stabiliranno che negli addobbi dovranno obbligatoriamente comparire i riccioli da rabbino ortodosso, tante piccole mezzelune dorate, le riproduzioni di Budda e di Visnù, il triangolo con l’occhio massone e la riproduzione del big-bang in rappresentanza degli evoluzionisti senza Dio. Si sa, però, che sulle targhe poste all’ingresso della città, così come tanti paesi italiani presentano l’iscrizione “comune denuclearizzato”, campeggerà d’ora in poi la scritta “comune decerebralizzato”.

ARTURO DIACONALE

GRAZIE RAGAZZI !

lunedì 3 novembre 2008

ETERNO ANDREOTTI


Visto che alla fine l'eterno senatore Andreotti si è ripreso alla grande, possiamo anche permetterci di scherzarci un pò su.



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ANGELO, UN BIMBO DOWN CHE MANTENEVA GENITORI E FRATELLINI


NELL’ITALIA DEGLI EGOISMI E DELLA POLITICA SENZA ANIMA, UNA STORIA CHE RIPORTA AI VALORI DELL’ESSERE E DEL SENSO DELL’ESISTENZA… DOLORE E SOLIDARIETA’ PER UN BIMBO VOLATO IN CIELO… PROPOSTO A MILANO PER L’AMBROGINO D’ORO, BUROCRAZIA PERMETTENDO

…In questo Paese dove regna spesso l’indifferenza e il rifiuto del “diverso”, dove ci si chiude sempre di più negli egoismi e nel pensare solo a se stessi, in cui la politica è distante anni luce dalle vere emergenze del cittadino e dai valori etici che dovrebbero costituire le radici di una comunità nazionale, spesso ci vengono presentate storie che ci fanno ritornare “umani”.
Ormai non ci turbano più crimini e delitti efferati, non più il degrado delle nostre città, non più il “male di vivere” di tanti giovani o la “povertà di valori” che ci accompagna inesorabile.
Ci siamo abituati a tutto, purtroppo, incapaci di stupirci e di versare una lacrima.
Quella che raccontiamo è una storia triste che spinge i pensieri al cielo e intasa la gola con un groppo difficile da sedare. E’ una storia buia che s’accende in un palazzo della periferia milanese, non nel degradato sud. Una casa brutta e scrostata in cui vi è un bilocale con lettini da gnomi e un televisore in bianco e nero a 14 pollici, perennemente in equilibrio su tavolini di formica.
Erano quei tavolini una mensa senza poesia, intorno alla quale si materializzava un affettato di seconda scelta una volta al giorno, qualche pianto sussurrato e una vecchia carta da parati che avvolgeva la povera vita di quattro bocche da sfamare. E queste bocche erano sfamate da un bambino down di appena due anni.
Questa è la storia del piccolo Angelino Pace che non poteva né parlare né camminare, operato subito dopo la nascita e volato in cielo per una crisi respiratoria in una brutta notte di primavera tre anni fa, con le braccine avvinghiate all’orsacchiotto e la lingua stretta tra i dentini.
Con l’assegno di invalidità di 444 euro ottenuto grazie all’interessamento dell’avvocato di famiglia manteneva la mamma disoccupata, il papà ex facchino ormai bloccato dalla malattia, e due fratellini, Rosario di 4 anni e Federico di 11 mesi.
La storia di Angelino oggi, a tre anni dalla scomparsa, potrebbe avere un epilogo almeno di umana pietà. L’associazione Famiglie numerose, supportata dal quotidiano on line Affari Italiani ha proposto al Comune di Milano l’assegnazione dell’Ambrogino d’Oro, che ogni anno vede premiati i cittadini milanesi famosi e importanti, al piccolo Angelino, un omaggio postumo, una piccola fiammella, un sorriso a chi la vita ha riservato tanto dolore e indifferenza.
Come accade solo in Italia, esiste sempre un problema burocratico per le buone azioni: il termine per presentare le candidature per l’assegnazione del massimo riconoscimento sarebbe scaduto il 21 ottobre.
Il presidente del Consiglio comunale, Manfredo Palmeri, dice che “la storia è così toccante che si potrebbe creare un riconoscimento apposito. Ma le procedure si sono appena mosse e l’iter pare lungo, neanche fossimo di fronte a tre gradi di giudizio della magistratura ordinaria.
Nel frattempo la storia di Angelino coinvolge un’umanità trasversale, commuove, si spande sul web, nelle agenzie, sul passaparola, crescono gli appelli.
Tanti proclami, solidarietà di qualche politico, parole di impegno ad aiutare la famiglia un po’ tardive
La vergogna di un Paese che non ha uno Stato presente laddove i più deboli e indifesi hanno bisogno di aiuto e che non riesce nemmeno a dare un premio alla memoria “se prima non si trova una soluzione burocratica”.
I tempi della domanda sono scaduti… Ci fate ribrezzo…
Sapete cosa basterebbe? Che tutti gli altri candidati rinunciassero e si ritirassero per rispetto a questo piccolo angelo. E si leggessero la cronaca di quella Pasqua di tre anni fa … nell’appartamento di casa Pace, in via Pomposa, dove dopo la morte del bimbo, apparve un bell’uovo di cioccolato, avvolto da un fiocco azzurro, accompagnato da un biglietto struggente e da mille euro di un anonimo benefattore con la frase “Un piccolo dono da un nuovo amico di Angelino”.
Non sapremo mai chi era quell’uomo, forse perché non ha rilevanza chi fosse, in fondo rappresentava quella parte prevalente del popolo italiano che ha cuore, passione, fede, altruismo e solidarietà.
Che per tendere una mano e accarezzare il viso di un bimbo sfortunato non ha bisogno prima di risolvere i problemi burocratici come i nostri politici.
Che distanza tra loro e il popolo… per sistemare i loro portaborse la soluzione l’hanno trovata subito… Noi ci consoliamo del fatto che, dopo aver letto queste righe, siamo certi che Angelino avrà tanti nuovi amici che gli dedicheranno una carezza, un pensiero, un bacio.
E lassù, tra le nuvole, qualcuno vi ricambierà con un sorriso…
http://rfucile.altervista.org

PERCHE' TIFARE OBAMA PERCHE' TEMERE OBAMA


Come si può non sperare che il popolo americano sia tanto maturo, tanto cosciente della sua storia da eleggere un nero alla presidenza?
La domanda è retorica, ma ci costringe a ricordare perché ci sono gli afroamericani (ma non gli antenati di Obama) in America: erano schiavi.
Ma la pelle, non basta, né bastano le straordinarie doti oratorie e di freschezza politica, le nuove porte alla partecipazione popolare che Obama sa aprire.
Per diventare presidente degli usa è indispensabile avere altro.
E Obama, quest'altro, non l'ha e non solo perché il suo partito, quello democratico è stato sino a Kennedy il partito degli schiavisti (Lincoln era repubblicano) e dei razzisti nel sud democratico.
Obama non ha strategia politica, come giustamente spiega Sarkozy, che è facile profeta quando pronostica un suo disastro nei confronti dell'Iran (previsione peraltro confermata anche dal vice di Obama, Joe Biden).
E' pura forma, accattivante, ma pericolosa quando sei nominato per 4 anni monarca semi assoluto della più grande potenza mondiale.
Obama è sì un nero, ma non è Colin Powell, non ha neanche un'oncia della sua esperienza di comando e men che meno è una Condoleeza Rice.
Obama è un perfetto epigono di Jimmy Carter, con straordinari tratti di somiglianza ''profetica'' con il presidente più sciagurato di tutto il secolo scorso.
Per questo è arduo tifare Obama, è rischioso.
Per questo non tifo Obama

sabato 1 novembre 2008

LA GIOVINEZZA AL POTERE... CHI SONO I RAGAZZI DI BLOCCO STUDENTESCO


IL MOVIMENTO NASCE DUE ANNI FA A CASAPOUND, IL CENTRO SOCIALE NON CONFORME DI ROMA….NESSUN NOSTALGISMO… RIFIUTO DELLA SCUOLA AZIENDA, FORTE IMPRONTA SOCIALE, FANNO SINDACALISMO STUDENTESCO…ALLE ELEZIONI SCOLASTICHE A ROMA ARRIVANO ADDIRITTURA AL 21%….UNA RETE CHE SI STA ESTENDENDO IN TUTTA ITALIA E TRAVOLGE LA SINISTRA BORGHESE….LO SLOGAN FUTURISTA “NE’ ROSSI, NE’ NERI, SOLO LIBERI PENSIERI”
Riportiamo qua di seguito l’articolo di Pietrangelo Buttafuoco pubblicato su Panorama.it dal titolo “Il lato D della protesta. Quelli di blocco studentesco
Ma chi sono questi del Blocco studentesco, che un giorno sfilano insieme con gli studenti di sinistra, un altro incontrano e discutono con il ministro Mariastella Gelmini e un altro ancora sono protagonisti di duri scontri a piazza Navona con i coetanei dell’Uds e con la polizia (che alla fine ne ferma una decina)? Giovinezza al potere.
Il pomeriggio del 28 ottobre romano nell’anno Domini 2008 scivola tra pioggerelline e chiacchiere da Radio Bandiera nera. Ventimila studenti sono scivolati da piazza Esedra fino a piazza Venezia per arrivare al Senato.
Blocco studentesco, che è stato ricevuto a Palazzo Madama, dalla VII commissione, mentre le organizzazioni della sinistra venivano sonoramente fischiate dagli altri studenti, è una delle tante anime della protesta contro il decreto Gelmini. I militanti dalla T-shirt ben strutturata coi segni grafici del razionalismo hanno portato un camioncino per il comizio. Hanno portato la musica. Hanno portato la destra e la sinistra allo stesso tempo, tanto da far dire a Maurizio Gasparri: “Il sit-in anti Gelmini è una protesta fasciocomunista”. Giovinezza al potere dunque.
Il giorno prima i ragazzi del Blocco studentesco sono stati accusati di aver fatto spaccare il corteo per via di certi cori: “Du-ce! Du-ce!”. Piacerebbe a tanti che fosse così, piacerebbe a tutti che fossero così solleciti a farsi fregare la piazza, il corteo, le scuole.
“Ma non è così” assicura Francesco Polacchi, il loro leader, studente di storia all’Università Roma3: “L’antifascismo militante non aspetterebbe altro per far sfumare il nostro lavoro politico. Quanto sono squallidi i compagni, e i giornali che parlano solo con loro, fotografandoli in mutande…”. Giovinezza al potere quindi.
Avranno voglia di monitorare le forze dell’ordine e i compagni dell’antifascismo militante, sempre pronti nella vigilanza democratica, ma questa storia della Giovinezza al potere non è xenofobia, spazzatura estremista, minutaglia da tristo nostalgismo.
Non è neppure parentela con Forza nuova, con Fiamma tricolore, né con i residui dei fuorusciti della Destra o di An. Nulla c’è che riguardi la bottega della politica. È piuttosto una malattia allegra che conquista i ragazzi di una città che non è solo quella raccontata dai figli di papà, ma anche quella non conforme rispetto alle ideologie e ai cappelli dell’egemonia culturale della sinistra.
Il Blocco studentesco che tanto allarma la destra di Azione giovani, che ne patisce con Forza Italia la grande concorrenza, quanto la sinistra che ne subisce le scorrerie in materia di conquiste sociali, è un movimento studentesco che nasce nell’estate 2006 a Casapound.
Giovinezza e bellezza.
Casapound, nel cui nome c’è Ezra Pound, il poeta americano, è diventata la matrice del progetto di Casapound Italia. E ne è stata fatta di strada da quello che era in origine: il centro sociale romano dell’occupazione non conforme, dunque non conformista, dei ragazzi di Gianluca Iannone, un capo mai coinvolto con le stupidaggini dell’estremismo, piuttosto un tipaccio molto simpatico strappato alle pagine dell’avanguardia storica italiana, a metà tra il Futurismo e l’Arditismo, voce cantante del gruppo Zeta Zero Alfa.
L’inno di questi ragazzi è il loro: “Fareblocco, mille cuori, una bandiera”. E il Blocco studentesco, a farselo raccontare dal sito Bloccostudentesco.org, “È un movimento rivoluzionario, di rottura con quella che è la scuola di oggi, la scuola-azienda dove le idee sono proibite, dove gli studenti non contano nulla, dove a farla da padroni sono i professori nostalgici del ’68 e i presidi manager”.
Giovinezza al potere è il fortunato slogan coniato da Simone Di Stefano, militante di Casapound, e le parole si muovono per andare contro la gerontocrazia.
Contro il ’68 e contro i manager nelle scuole. Contro le tre I di Silvio Berlusconi, quelle di internet, inglese e impresa. Contro la legge 133, quella che prevede per gli atenei italiani la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato.
“La legge 133″ sostiene Polacchi dalla sede di Casapound “è l’ennesimo atto di smantellamento dell’istruzione pubblica cominciato con la riforma Berlinguer e seguito poi dalle altre tre: Moratti, Fioroni e Gelmini. Sebbene siano stati espressioni di governi diversi e contrapposti, i tre ministri hanno seguito un’unica direttrice: la privatizzazione.
Quindi non si tratta di lottare, come afferma l’Uds, contro i soli 9 minuti e mezzo di tempo che Mariastella Gelmini ha dovuto impiegare per redigere il suo decreto legge, ma di una storia lunga che fa comodo a tutti”. Altro che Du-ce! Du-ce!: “Fare entrare i privati” risolve Polacchi “diventa una necessità dal momento in cui vengono fatti tagli in 5 anni pari a 1,5 miliardi”. Giovinezza al potere perciò.
Blocco studentesco alle passate elezioni scolastiche ha ottenuto a Roma il 21 per cento, un risultato con cui il gruppo s’è aggiudicato alla consulta (l’organo di governo degli studenti che si riunisce al Provveditorato agli studi) il vicepresidente, Giorgio Evangelisti, studente al liceo Vittorio Emanuele II. A livello della conta elettorale la maggioranza degli studenti è a destra, la sinistra li scavalca in materia di comunicazione ma la presenza di Blocco studentesco è diffusa a Roma.
Hanno occupato diversi istituti (l’Azzarita, un liceo scientifico, quindi il Genovesi, l’Orazio, sono presenti anche al Giulio Cesare e al Nervi a Morlupo, protagonisti in innumerevoli cortei) e se si vuole fare sociologia (in anticipo sulla criminalizzazione su cui tanti fanno a gara a scommettere) le loro occupazioni sono opposte a quelle molto cinematografiche della sinistra: “Niente droga, niente spaccio” raccontano i ragazzi e le ragazze “niente da spaccare, nessun estintore da lanciare e chi rompe se ne va”.
Radicato nei licei, Blocco studentesco adesso inizia la battaglia nelle università. Da 3 anni hanno fatto una campagna contro i libri di testo e “la pidocchiosa speculazione delle editrici scolastiche”, hanno chiesto incentivi per lo sport, hanno promosso lotte esteticamente indigeste alla maggioranza borghese: quella a fianco del popolo karen, quella per il Tibet e quella di ricognizione storica sulle foibe.
Quest’ultima una battaglia di Livia Cavallo, studentessa di architettura, su cui i conformi, sostenuti da molti baroni cattedratici, mobilitarono una manifestazione ovviamente democratica. E antifascista. Giovinezza & giovinezze infine.
Blocco studentesco segue Casapound Italia. È un movimento politico radicato nel territorio. Un forte nucleo c’è già a Verona, quindi nel Lazio. E in Toscana perfino. E a Palermo. “Rispetto al vecchio Fronte della gioventù” spiega Luigi Pulvirenti, trentenne e perciò anziano tra i militanti, “i ragazzi del Blocco fanno sindacalismo studentesco, a dirla con la letteratura, fanno il fasciocomunismo. E non sono fichetti. Non saranno mai la meglio gioventù. Non avranno mai un film ma saranno quelli della giovinezza al potere”.