martedì 30 settembre 2008

Napolitano: “Necessario un contenimento della spesa per la scuola”


“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore”.
“Non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”.
Inoltre - ha sottolineato il Presidente della Repubblica -, occorre agire per:
“Ridurre a zero nei prossimi anni il deficit pubblico, per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato. Nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo ed esso comporta, inutile negarlo, un contenimento della spesa per la scuola”.
“E’ necessario partire con uno sforzo di maggiore serenità, nel confronto tra maggioranza e opposizione in Parlamento, e tra Governo e parti sociali, dai problemi che nessuno può negare”.
“Che si discutano con spirito aperto tutte le diverse soluzioni che ciascuna parte ha il diritto di proporre e ha il dovere di prospettare in termini positivi e coerenti”.
Infine - ha concluso Napolitano - è necessario che:
“Compiano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose, mostrino tutti senso della misura e realismo nell’affrontare anche questioni più spinose”.
Camelotdestraideale.it

lunedì 29 settembre 2008

ALITALIA: Brambilla, per me Lufthansa e' partner ideale


MILANO (MF-DJ)--"Per me il partner ideale della nostra compagnia aereae' oggi Lufthansa e per due sostanziali motivi: il primo e' che Lufthansadispone di un volume di tratte soprattutto di carattere intercontinentaleche consentirebbero alla nostra compagnia di intercettare soprattutto iflussi turistici provenienti da paesi a crescente domanda turistica qualioggi sono Cina, Corea e India; il secondo e' che la Germania, a differenzadella Francia, con la sua Airfrance, non e' un nostro diretto competitorsotto il profilo turistico. Insomma tra Alitalia e Lufthansa possonoessere raggiunti accordi di assai maggiore valenza strategica. Se,infatti, l'Italia ne ricaverebbe una grossa utilita' turistica, laGermania ne ricaverebbe altrettanta sotto il profilo commerciale. Insommasarebbe, a mio parere, l'intesa migliore."Lo ha dichiarato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio deiMinistri con delega al turismo, Michela Vittoria Brambilla, commentando laconclusione positiva della vicenda Alitalia.com/dar(fine)MF-DJ NEWS

L’Europa non sia complice di chi nega la libertà religiosa



Oggi a Marsiglia Unione europea e India si incontreranno per definire il futuro del proprio rapporto strategico-politico. L’Europa riafferma il suo supporto per il rafforzamento delle relazioni strategiche tra le due più vaste entità democratiche del mondo, che sono chiamate a raggiungere risultati concreti sotto l’aspetto economico, politico, della sicurezza, della non proliferazione nucleare e sotto altri aspetti di mutuo interesse come la promozione della diversità culturale. Grazie ad una Risoluzione del Parlamento europeo, il tema della difesa dei cristiani e della qualità della democrazia indiana entra con forza nei lavori del summit.
C’è ancora grande preoccupazione per la situazione delle minoranze cristiane, in particolar modo nello stato dell’Orissa, e per l’impatto che le leggi anti-conversione diffuse in diversi Stati dell’India possono avere sulla libertà religiosa, anche considerando il fatto che non c’è stato effettivo intervento della polizia durante gli attacchi che hanno portato all’uccisione di almeno 37 cristiani e che i leader di Vishwa Hindu Parishad hanno dichiarato che la violenza non cesserà fino a quando l’Orissa non sarà totalmente liberata dai cristiani. La Risoluzione chiede che le “autorità indiane mettano fine ad ogni violenza contro le comunità cristiane e permettano loro di professare la loro fede liberamente”.
Il summit Ue-India deve diventare l’occasione per esprimere la nostra condanna per i recenti attacchi contro i cristiani in Orissa e nel Distretto di Kandhamal in particolare, e per pretendere di garantire immediata assistenza e supporto alle vittime, includendo in ciò le compensazioni alla Chiesa per i danni inflitti alle sue proprietà e agli individui, le cui proprietà private hanno subito simili danni, e che venga permesso a tutte le persone costrette a fuggire dai propri villaggi durante gli attacchi di tornare liberi a casa propria. È molto urgente che tutti i responsabili delle violenze, compresi i membri della polizia vengano velocemente condannati. Tutto questo non deve essere una proposta delle tante, ma una vera e propria pretesa nei confronti del Governo indiano. Deve essere l’argomento prioritario, sul quale discutere senza se e senza ma. Non possiamo più tollerare fatti come quelli accaduti poco più di una settimana fa, quando Iswar Digal e Purinder Pradhan sono stati uccisi e tagliati a pezzi. O come la vicenda di Padre Samuel Francis, 50 anni, che è stato ritrovato morto lunedì mattina, con mani e piedi legati nella cappella dell’ashram in cui viveva, nel villaggio di Chota Rampur.
Durante il dibattito in Aula di mercoledì 24 settembre a Bruxelles ho contrastato con forza le sconcertanti premesse al Summit Ue-India poste dal Commissario alle relazioni istituzionali, la svedese Margot Wallstrom e dal Ministro francese per le politiche europee Jean Pierre Jouyet, intervenuto per conto della presidenza francese del Consiglio. Ho fatto notare che la differenza fra la Risoluzione del Parlamento e le loro introduzioni risulta essere il fatto che, come spesso capita a titubanti istituzioni sovranazionali, non hanno trovato il coraggio di parlare dei massacri di questi giorni, di condannare con forza il venir meno della libertà religiosa in India. Un segnale molto grave, che mi ha fatto pensare che ci saremmo introdotti al vertice che comincia oggi senza avere il coraggio di affrontare la questione centrale: una vera amicizia tra Unione Europea e India passa attraverso il richiamo alla dignità della persona.
Ma per quale motivo dobbiamo avere a cuore la libertà religiosa in tutto il mondo? Per quale motivo una civiltà come la nostra non può permettere che vengano uccise persone in nome del loro credo religioso? E soprattutto per quale motivo il tema della libertà religiosa deve costituire addirittura, come diceva Giovanni Paolo II, “la cartina di tornasole per il rispetto di tutte le altre libertà”?
Perché la libertà religiosa non è una libertà come le altre, sulla libertà religiosa si fonda la qualità di una democrazia. Proprio nell’Aula del Parlamento europeo l’ex Presidente indiano, lo scienziato Abdul Kalam, qualche tempo fa, ci ha raccontato come ha imparato, in una scuola cristiana, non solo l’amore per la conoscenza ma anche la distinzione tra religione e politica. Non dobbiamo mai dimenticare che la libertà religiosa è fondamento per lo sviluppo della democrazia e quindi rende possibile un compito comune, nel quale in amicizia è possibile ricordarci vicendevolmente che la violazione dei diritti umani è la fine di un rapporto di verità.
Dobbiamo avere questo coraggio, se non ci assumiamo come istituzioni europee oggi a Marsiglia questa responsabilità, ci rendiamo complici di una vera e propria degenerazione della democrazia.

Mario Mauro, Il Sussidiario, 29 Settembre 2008

LEGGE ELETTORALE/ È davvero necessario eliminare le preferenze?



Una parte dell’attuale maggioranza, ma non solo, vorrebbe eliminare il voto di preferenza anche per le elezioni europee, e ciò sta causando vivaci discussioni, anche su ilsussidiario.net. SussiDario vorrebbe aggiungersi alla discussione, prendendo spunto dal sottostante commento, a firma Luigi Residori.
“Leggo sempre con maggior preoccupazione notizie sulle riforme elettorali che prevedono l'eliminazione delle preferenze. Lo scorso anno, anch'io insieme a molti amici, avevamo raccolto delle firme proprio per chiedere la reintroduzione delle preferenze alle elezioni politiche. Dove lavoro, tutti (senza differenza di segno politico) hanno firmato. Ora, invece di rimetterle, le tolgono anche alle europee...
Domenica sera, il ministro Ignazio La Russa, intervenendo alla prima festa provinciale del PdL a Bergamo ha annunciato che (cito a memoria): senza preferenze i partiti saranno costretti a candidare persone più degne.
È assurdo!!! Chi decide le persone da candidare e se esse sono degne? Se alla fine dovremo scegliere tra due partiti, visto che non siamo negli Usa, gli spazi di scelta si riducono e si finisce per aderire ad una ideologia o ad un'altra senza guardare più alle persone. Se, infine, si pensa che le ideologie dei due principali partiti in Italia, sono ormai quasi inesistenti (e lo stesso vale per gli ideali) alla fine con che criterio uno va alle urne?».
In effetti, messa come riferita da Residori, l’affermazione di La Russa è del tutto inaccettabile, perché attribuirebbe ai soli partiti la capacità di scegliere candidati seri e onesti. Il definire gli italiani o stupidi o mafiosetti, ogni volta che si perdevano le elezioni, è stato in un passato anche recente appannaggio di certi personaggi della sinistra, soprattutto di quella radical chic. Sarebbe avvilente scoprire che nella classe politica è diffusa la convinzione di dover pensare e decidere per gli italiani, considerati tutti dei poveri interdetti.
In verità gli italiani sono interdetti, ma nel senso che sono parecchio perplessi su questa smania di togliere le preferenze. La motivazione principale, forse alla base delle parole di La Russa, è che le preferenze portano al voto clientelare, cosa che in realtà è successa e rappresenta un problema. Tuttavia, si potrebbe obiettare che nelle liste i candidati sono sempre stati scelti e inseriti dai partiti: se alcuni di questi erano disonesti, la responsabilità è dei partiti che li hanno candidati. Tanto più che spesso queste candidature sono state riproposte anche in presenza di fatti acclarati in termini di clientele, voto di scambio e via dicendo.
Ora, con queste premesse, come si può credere che una lista totalmente decisa all’interno dei partiti dia assicurazioni sulla onestà dei candidati? Mi pare che l’unica differenza sia che le trattative sui voti che verranno attribuiti ai candidati, invece che avvenire con gli elettori attraverso comizi, incontri, propaganda, a volte purtroppo anche attraverso clientelarismo, avverranno nel chiuso delle segreterie e dei comitati elettorali. Un sistema senza dubbio più efficiente e meno costoso, una specie di mercato all’ingrosso al posto di un dispersivo commercio al dettaglio, e che lascia spazio agli elettori solo in quanto organizzati in forti gruppi di pressione.
Né risolvono la questione meccanismi tipo le primarie che, anche se organizzate nel modo più democratico e aperto possibile, e sulla base delle esperienze avvenute già questo sembra piuttosto difficile, rimarrebbero sempre molto limitate rispetto alle elezioni generali. Tra l’altro, la cosa potrebbe avere qualche senso per la scelta del capolista o del leader della coalizione, ma sarebbe impraticabile per l’intera lista dei candidati, in cui diventerebbe essenziale l’ordine di presentazione, che rimarrebbe senz’altro deciso dai partiti. Ve l’immaginate capi e capetti che rinunciano ai posti sicuri nella lista, rischiando così di non essere eletti?
Residori ha ragione anche nell’osservare che il voto si ridurrebbe così ad una scelta tra due blocchi che, non essendo più formati su chiare contrapposizioni ideologiche o di interesse, finirebbero per avere ben poco appeal per gli elettori. In una situazione peraltro completamente differente, è quanto avviene in sostanza negli Stati Uniti, dove le percentuali di voto alle presidenziali sono quasi sempre inferiori al 50%, nonostante primarie, più di un anno di campagna elettorale e spese elevatissime. Essendo in Italia, il riferimento giusto temo sarebbe al bonapartismo e quindi all’ego dei nostri politici, molto grande e non solo per Berlusconi, ma non mi sembra che ci sia bisogno di nuovi Napoleoni.
Se proprio ci tengono alle loro impopolari liste bloccate, invece delle preferenze ci consentano le “spreferenze”, ci diano cioè la possibilità di cancellare almeno quei candidati che più ci stanno sul piloro. Sarebbe comunque qualcosa.


domenica 28 settembre 2008

Ancora sulla scuola pubblica e privata


Statale o non statale, la scuola è pubblica
Associazione Foe martedì 23 settembre 2008
“Statale o non statale, la scuola è pubblica”: così il Ministro Gelmini durante una recente intervista.
Affermazione ragionevole, perché fondata sull’evidenza, ma che non ha mancato di produrre un certo fragore di vesti stracciate da parte di chi vede nella scuola di Stato l’unica speranza per le giovani generazioni e nella infame scuola “privata” la sintesi di ogni male. Per questi liberi e democratici pensatori si può discutere del maestro unico, del grembiulino, dei voti numerici o dei giudizi, del tempo pieno e dei precari; tutto deve essere pubblicamente dibattuto, nei giornali, nelle sedi sindacali come nelle sedi istituzionali. Ma che la scuola “privata” è pubblica, in quanto offre un servizio pubblico che è un bene per tutti e come tale deve essere riconosciuta e sostenuta, questo non si può e non si deve dire! Men che meno si deve dire che il diritto/dovere di decidere qual è il modello educativo migliore per i propri figli in realtà è solo delle famiglie, e che occorre pertanto metterle in condizione di scegliere liberamente senza essere costrette ad accettare supinamente quanto deciso da altri.
E così, non solo la scuola italiana soffre di una grave e inarrestabile crisi; mostra gravi segni di crisi anche il dibattito stesso sulla scuola, che stenta ad uscire dai confini di quella logica statalista che ne è la principale causa del declino.
Continua ad essere logico, quasi ovvio per la mentalità comune, che debba decidere lo Stato, cioè il governo di turno (o il sindacato che gli si oppone) se sia giusto o sbagliato, per esempio, avere nella scuola primaria il maestro unico, oppure qual è il metodo più adeguato per valutare gli studenti. E chi contesta aspramente queste decisioni lo fa partendo dai medesimi presupposti: non sono le singole istituzioni scolastiche a dover “rischiare” una proposta educativa, magari tenendo conto delle esigenze delle famiglie e delle caratteristiche del territorio, ma ci deve essere qualcuno che dall’alto della propria “saggezza” decide per tutti. Col risultato - e questa è storia - che ad ogni cambio di legislatura e di colore politico del governo cambiano anche le carte in tavola, poiché non importa cosa è davvero bene, quanto affermare il proprio potere.
Dopo anni e anni di svilente dibattito e di inutili riforme, realizzate faticosamente e parzialmente anche a causa dell’azione paralizzante dei sindacati (preoccupati solo di garantire il posto di lavoro ai propri tesserati e di osteggiare i governi politicamente avversi), occorre quindi un cambiamento reale. Che non è tanto, o solo, un cambiamento di strutture e di norme, ma innanzitutto di orizzonte culturale. Occorre passare dalla scuola di Stato, amministrata e regolamentata attraverso circolari ministeriali, in cui le linee pedagogiche sono stabilite dagli specialisti di turno, alla scuola della società civile, frutto dell’iniziativa di quei soggetti che hanno a cuore l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni. Certo, in un quadro di valori condivisi e di regole generali riconducibili al dettato costituzionale; però con un nuovo assetto, in cui la scuola di Stato sia una scuola tra le altre scuole libere ed in cui esista una molteplicità di offerte formative. Una libera scuola in una libera società.
Diversamente, il dibattito continuerà ad avvitarsi su se stesso, producendo solo sterili polemiche e faziosità senza fine e ci sarà sempre qualcuno che si attribuisce il potere di decidere che cosa è meglio o cosa è peggio per educare e istruire i nostri figli …
Le reazioni scomposte (fino al limite del ridicolo) alle affermazioni del ministro Gelmini indicano che questa volta è stata davvero imboccata la strada giusta. E se alle parole seguiranno provvedimenti coerenti, atti a creare maggiore libertà per tutti e minore invadenza dello Stato nel sistema di istruzione, sarà l’inizio di un nuovo orizzonte. Sicuramente sarà battaglia, ma la scuola italiana ne ha bisogno come dell’aria per respirare.
Anche per questo, non possiamo che essere grati per lo spazio che ilsussidiario.net ha messo a disposizione della FOE con la rubrica “IlParitario.net”: ci auguriamo che sia come una finestra dalla quale ci si possa affacciare per vedere questo nuovo orizzonte, che magari è ancora lontano ma è già reale.

Il Paritario.net


Riportiamo anche un commento che ci sembra utile per la discussione:


COMMENTI
24/09/2008 - Ma quale parità? (borri simone)
Le affermazioni espresse in quest'articolo rasentano il ridicolo. Ma di quale parità si sta parlando? Parliamo di fatti oggettivi. 1) La scuola privata italiana è oggettivamente peggiore della pubblica (leggetevi le tanto sbandierate e ben documentate indagini OCSE...) e tra le ultime a livello mondiale (ancora indagini OCSE). 2) La parità che la scuola privata italiana vuole riguarda solo i diritti (e i finanziamenti) ma non i doveri. Mi limito a due esempi: gli insegnanti vengono reclutati a completa discrezione delle scuole, indipendentemente dal fatto che siano abilitati o meno all'insegnamento; i contratti del personale sono a livelli da fame (ho un amico che insegna per 800 euro al mese... si parla di persone specializzate!). Allora, se la scuola privata vuole vedersi riconosciuto il ruolo pubblico o la parità, veda di adeguarsi anche ai doveri della scuola pubblica! Assuma in modo chiaro personale preparato e adegui i contratti, tanto per cominciare. Questa è una garanzia per gli insegnanti ma anche per la qualità dell'insegnamento. Altra affermazione risibile: la ministra sta andando nella direzione giusta... Se fare una "riforma" basandosi esclusivamente sull'entità dei tagli (8 miliardi di euro in tre anni!!) significa andare nella direzione giusta siamo messi davvero male.
RISPOSTE:
Al commento del Sig. Simone Borri, che ringraziamo per aver visitato la nostra rubrica, ci permettiamo di rispondere attraverso alcuni fatti oggettivi e documentati: 1) I tanto sbandierati dati OCSE sono stati malamente e strumentalmente interpretati da certa stampa, come riconosciuto anche da chi di dati statistici se ne intende “un pochino”. Consigliamo la lettura dell’articolo del prof. Vittadini (ordinario di statistica) pubblicato sul Sole 24 Ore del 3 gennaio 2008! (http://www.foe.it/Resource/vitta_1.pdf.). 2)La parità che la scuola non statale richiede, attualmente riguarda solo doveri e non diritti. Tutte le scuole paritarie sono state costrette, con enormi spese a proprio carico, a mettere a norma di sicurezza e di igiene le proprie strutture, pena la perdita della parità stessa (Legge 62/2000). E’ così anche per le statali? Pensiamo proprio di no: il 70% continua a non essere a norma ed il 40% è considerato addirittura non agibile. Però vanno avanti lo stesso… 3)Per quanto riguarda l’abilitazione all’insegnamento nella scuole paritarie, a noi risulta che sia assolutamente necessaria, pena la perdita della parità stessa. Probabilmente ci si riferisce ai nuovi regolamenti che, distinguendo tra scuole paritarie e non-paritarie, consentono a queste ultime anche l’assunzione di personale non abilitato. Un insegnante che percepisce solo 800 euro probabilmente non ha una cattedra piena: occorrerebbe sapere per quante ore settimanali è assunto. I docenti delle scuole paritarie sono regolarmente assunti con contratti nazionali (Agidae, Aninsei, ecc.) e se il loro stipendio è più basso dei colleghi statali è solo perché in Italia lo statalismo imperante impedisce una reale parità economica fra tutte le scuole del sistema nazionale di istruzione, come invece sarebbe previsto (statali e paritarie: L. 62/2000)! 4)Per quanto riguarda la qualità dell’insegnamento, suggeriamo di chiedere ai tanti amici di sinistra che mandano i propri figli nelle scuole non statali, come mai fanno una simile scelta! 5)E il Ministro? E’ chiaro che ha tra le mani una patata bollente, ma per adesso sta facendo quello che deve essere fatto. La scuola italiana è una enorme ed inefficiente apparato che consuma il 97% del proprio bilancio in stipendi, con risultati poco confortanti… Vogliamo andare avanti così? In ogni caso, la libera scelta educativa è un diritto che la nostra Costituzione prevede e sostiene. Noi, che siamo anche genitori, l’abbiamo a cuore e “lotteremo” instancabilmente per ottenerla anche in Italia. Ufficio Stampa FOE


Di seguito riportiamo il link al citato articolo di Giorgio Vittadini, ordinario di statistica alla Bicocca:

sabato 27 settembre 2008

Ahmadinejad minaccia e l’Occidente applaude


Chi ricorda «La resistibile ascesa di Arturo Ui», di Bertolt Brecht, che parafrasava in commedia la paura e l’idiozia che avevano circondato la presa di potere di Hitler? Qui, la presa del potere da parte di un fanatico religioso che odia l’Occidente è avvenuta quattro anni fa, quando Mahmoud Ahmadinejad da pasdaran, sospetto agente-sicario, si è trasformato in presidente dell’Iran. Ora assistiamo all’allargarsi del suo controllo sul terrorismo internazionale - da Hamas a Hezbollah -, ai suoi legami con Al Qaida e alla resistibile preparazione della bomba atomica intesa a distruggere l’Occidente. E applaudiamo. Come ha già detto il leader dell’Iran khomeinista: quel giorno felice, la redenzione finale verrà quando l’ultimo ebreo sparirà. Adesso la guerra al potere immorale e imperialista degli Stati Uniti e all’esistenza d’Israele si è trasformata in un dettagliato messaggio nazista che ha al centro gli ebrei e per riflesso la necessità per tutti di eliminarli.

«La dignità, l’integrità e i diritti del popolo europeo e americano sono lo zimbello di pochi sionisti... minuscola minoranza che domina i mercati finanziari e i centri politici... Europa e America ubbidiscono a un piccolo gruppo avido e invadente e hanno perso ogni dignità, prigionieri dei delitti, delle minacce e delle trame dei sionisti», ha detto Ahmadinejad a New York. Roba vecchia. La novità è l’applauso dell’Assemblea generale, l’abbraccio del presidente Miguel D’Escoto, la candidatura incredibile e ben sostenuta (118 Paesi non allineati e 57 nazioni della Conferenza islamica) per entrare nel Consiglio di Sicurezza, il crescere del gradimento sociale di un dittatore nazista che impicca a casa omosessuali e adultere: lo vogliono nei salotti, lo vellica Larry King nel suo Show, i programmi tv se lo contendono. La ciliegina è l’invito a cena come ospite d’onore di varie organizzazioni religiose che si dedicano alla «costruzione di ponti per la pace».

Quando Heinrich Himmler a Posen nel 1943 spiegò che avrebbe fatto sparire «gli ebrei dalla faccia della terra», cosa che Ahmadinejad ha ripetuto contestualmente alla promessa di portare a termine i programmi atomici, il discorso era tenuto in segreto davanti a pochi complici politici. Qui si è parlato sotto i grandi riflettori del mondo e nessuno si è messo a gridare o a lanciare pomodori. Il fatto è che la ripetizione ossessiva del vituperio antioccidentale e dell’antisemitismo genocida, certamente non condiviso da gran parte della popolazione iraniana, sono stati accompagnati da un successo politico che culmina nella cancellazione da parte della Russia della riunione prevista per venerdì per passare al quarto round di sanzioni. Ahmadinejad sa oggi che la sua sfida al Consiglio di Sicurezza e all’Aiea è vinta, che la Corea del Nord ora lo segue sulla strada del fregarsene delle imposizioni internazionali e la Russia usa la leva iraniana per la sua sfida con l’America. Il tempo lavora a favore di Ahmadinejad, che costruisce i suoi crimini sapendo che nessuno in Occidente sa raccogliere la sfida.

L’ultimo segno di vittoria per l’Iran è stata la visita del presidente francese Nicolas Sarkozy a Damasco: il siriano Bashar el Assad non gli ha promesso niente né ha intenzione di staccarsi da chi fornisce armi a lui e Hezbollah, gruppo attraverso il quale Iran e Siria minacciano Libano e Israele. Contro Ahmadinejad anche le armi morali sono diventate chimere: ma ci sono strade per agire senz’armi. I Paesi civili in Consiglio di Sicurezza devono contrastare il disegno dell’Iran di sedere in quella stessa istituzione.
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 27 Settembre 2008

NIENTE PULIZIA SIAMO INGLESI

DOPO AVERCI COPERTO DI CRITICHE PER LA MONNEZZA, ORA I GIORNALI INGLESI SI ACCORGONO CHE MOLTE LORO CITTA’ SONO INVASE DA SPAZZATURA, TOPI E SCARAFAGGI… SOLO A NOTTINGHAM PIU’ DI MILLE INFEZIONI DA INIZIO ANNO… DA CHE PULPITO VENIVA LA PREDICA

La stampa inglese ci aveva intinto il regale pennino, aveva riversato fiumi d’inchiostro sulla “monnezza napoletana”, dispensando critiche e sentenze con la tipica spocchia britannica e il solito livore che dimostra quando si tratta di commentare i fatti italiani.
Non ultimo, questa estate, la polemica sui divieti che fanno dell’Italia, a loro parere, una meta turistica da evitare come il fumo ( non di Londra) negli occhi.
Ci siamo presi degli straccioni e degli zozzi dalla stampa dei sudditi di sua Maestà, ma andiamo un po’ a vedere che sta succedendo in questi giorni in Gran Bretagna…
Accade che la metà dei “district councils” inglesi ( autorità municipali) non sarebbe in grado di ripulire in modo adeguato le strade che in molti casi restano invase di spazzatura.
A dirlo è un rapporto commissionato dal Governo. Ci sono addirittura tre municipi che hanno ricevuto il risultato più basso, “poor”, a indicare che l’igiene è una chimera.
Si tratta di Sandwell, nelle West Midlands, in cui non è difficile trovare montagne di spazzatura nelle vicinanze dei pub. Ma anche Knowsley, a Liverpool, città che in teoria si era risollevata dai suoi trascorsi poveri, e Wigan, nel Lancashire.
La ricerca è stata condotta sui 353 “district councils” d’Inghilterra, nel periodo tra l’aprile 2006 e il marzo 2008.
Il fatto allarmante è che, pur di fronte a regolamenti e multe sui 100 euro, la gente ignora gli avvisi e continua a gettare di tutto nelle strade, trasformandole in immondezzai.
I Comuni sono arrivati ad arruolare i giovanissimi per spiare i vicini e i loro comportamenti, non a caso è stato coniato il termine “bin crimes”, i crimini commessi nel bidone.
E ormai nemmeno Londra è immune, con spazzatura abbandonata anche in pieno centro, con tanto di banchetti di topi.
La piaga della sporcizia non sembra arrestarsi neanche negli ospedali dove sono stati rilavati larve nelle pantofole, topi nel reparto maternità, pulci e cimici nei letti e scarafaggi in radiologia. Per non parlare delle infezioni da staffilococco resistente agli antibiotici e la diarrea infettiva.
Secondo i dati ufficiali, l’80% delle Asl inglesi ha avuto problemi con le formiche, il 66% con i ratti ed il 77% con i topi. Larve e vermi sono stati trovati nel 6% delle strutture sanitarie, scarafaggi nel 59%, pulci nel 65% e cimici dei letti nel 24%.
Nella sola Asl di Nottingham, le infezioni registrate tra inizio 2006 e inizio 2008, ammontano a bel 1.070 casi, mentre negli ospedali di Crewe e Norwich, alcuni reparti sono stati letteralmente invasi dalle formiche.
Fermo restando che magari anche in Italia non è che tutti i nostri ospedali primeggino per pulizia e che molti servizi di raccolta rifiuti latitano quanto a tempestività ed efficienza, almeno non ci atteggiamo a eterni e supponenti giudici di tutti gli anfratti del Creato.
Per una volta che certi “sputasentenze” hanno guardato a casa loro, non è che abbiano poi trovato tutta quella “efficienza” britannica che rivendicano quando stanno a giudicare noi.
E se gli Italiani avranno spesso meritato l’appellativo di zozzoni, per una volta ci è caro contraccambiare in amicizia ai figli di Albione l’appellativo di sudicioni…
Senza rancore, ma se la sono proprio meritato.

http.//rfucile.altervista.org

Alitalia: anche i piloti


Dopo una maratona notturna durata 15 ore i piloti salgono a bordo di Cai. Anpac e Unione piloti hanno firmato l'accordo con Compagnia aerea italiana dopo una trattativa serrata e piena di momenti di incertezza. «Una trattativa durissima, non solo stanotte. Ma finalmente abbiamo raggiunto un accordo che ci soddisfa, considerata la situazione dell'azienda ormai agli sgoccioli», ha commentato Fabio Berti, presidente dell'Anpac, in sala stampa a Palazzo Chigi dopo quasi 15 ore di trattativa.L'accordo è stato nuovamente siglato anche da Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Anpav che già avevano sottoscritto il piano, riconvocati dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. La nuova Alitalia, guidata dalla Cai di Roberto Colaninno, dunque, è ora quasi pronta a partire. Manca solo la firma delle ultime due sigle della compagnia - gli assistenti di volo di Avia e Sdl - che riprenderanno la trattativa lunedì.Le novità introdotte nell'accordo. Fra le novità al personale tecnico con qualifica di Comandante è riconosciuta a ogni effetto di legge, la categoria di dirigente». Cai, inoltre, si doterà di un «Contratto collettivo di lavoro dirigenti comandanti» che sarà redatto entro l'inizio dell'attività della nuova Alitalia. Per il personale che non ha la qualifica di Comandante, il contratto relativo alla normativa d'impiego, alla previdenza complementare e all'assistenza sanitaria, dovrà trovare «adeguata coerenza» con il contratto di lavoro dei dirigenti Comandanti Cai. L'accordo prevede poi che i 1.550 piloti che Cai assumerà «saranno individuati con il criterio di Full Time Equivalent». Cai assumerà poi il 9% dei piloti con la formula del part time, cioè altri 139 piloti. Il totale sarà dunque di 1.689 assunzioni tra full time e part time. Il terzo punto dell'intesa prevede nella selezione delle risorse umane l'azienda «tenga in debito conto, tra l'altro, l'anzianità aziendale maturata nelle aziende di provenienza». Infine, l'accordo stabilisce che «le future eventuali necessità di piloti verranno soddisfatte da Cai attingendo al bacino dei piloti posti in Cassa integrazione-mobilità provenienti da Alitalia, Alitalia Express, Volare e Air One, con criteri da definirsi».Anche Anpav ha firmato l'accordo. Ieri anche l'Anpav aveva siglato l'accordo. «La nostra associazione ha sciolto il nodo e abbiamo posto la firma sull'accordo conclusivo», ha detto Massimo Muccioli, presidente dell'Anpav, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine dell'incontro a Palazzo Chigi. Gli ultimi chiarimenti sono stati giudicati soddisfacenti dall'Anpav. «Dopo aver riflettuto fino a tarda notte - ha affermato Muccioli - abbiamo sciolto il nodo sulle ultime questioni: la parte contrattuale e alcuni elementi di garanzia». Su questi punti, ha aggiunto il presidente di Anpav, «ci sono state date garanzie ed elementi di certezza per tranquillizzare» gli iscritti. Slitta a lunedì la trattativa con Avia e Sdl. Per Avia e Sdl la trattativa è rimandata a lunedì. Ieri non c'erano le condizioni per firmare, come hanno sottolineato il presidente dell'Avia, Antonio Divietri e il coordinatore dell'Sdl, Fabrizio Tomaselli, uscendo da Palazzo Chigi al termine dell'incontro. Poi nuovo appuntamento nel pomeriggio di ieri a Palazzo Chigi, nel quale si è aperto uno spiraglio. «Ci sono stati dei passi avanti», ma non ancora sufficienti a chiudere la partita. Perciò, dice Divietri, «ci rivediamo lunedì».
Nicoletta Cottone, Il Sole 24 Ore, 27 Settembre 2008

venerdì 26 settembre 2008

GIUSTIZIA/ Verso una riforma in sei punti per Csm, carriere, magistrati e processi



Tutti, indipendentemente dagli schieramenti e dai ruoli, concordano sul fatto che il sistema giustizia nel nostro Paese non funziona e che l’attuale situazione, oltre ad affliggere la domanda di giustizia dei cittadini, incide negativamente sull’economia, sulla sicurezza della convivenza civile e sugli equilibri della nostra democrazia.

Il Governo, sia per senso di responsabilità, sia perché le riforme della giustizia costituiscono un punto importante del proprio programma ed è consapevole che il gradimento dei cittadini è proporzionale al miglior funzionamento della giustizia, ha annunciato di voler attuare in tempi rapidi (addirittura nei prossimi mesi) significativi cambiamenti nell’ambito giudiziario.

Gli interventi pubblici del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano (tra cui il recente intervento ad un seminario nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), hanno delineato alcuni aspetti generali delle riforme che si vogliono approntare e dei criteri che ne starebbero alla base, senza tuttavia mai addentrarsi nel merito e nei contenuti delle riforme stesse, legittimando l’impressione che il lavoro sul progetto sia solo all’inizio.

In sintesi, il Ministro ha parlato di riforma del CSM, sia in termini di ridimensionamento delle competenze (il CSM, ad esempio, svolge funzioni di indirizzo della politica giudiziaria che non gli competono), sia in termini di composizione, rivedendo la distribuzione delle percentuali tra membri togati e non; di separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (al fine di garantire un’effettiva parità tra accusa e difesa), di revisione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (ritenuto un principio di alto valore morale e giuridico, ma di fatto impraticabile), immaginando una preventiva predeterminazione dei criteri di priorità; di riforma del processo civile, con la riduzione dei riti e dei termini processuali e del processo penale, in un’ottica di accelerazione degli stessi; infine, di riforma delle professioni forensi, avvocati e notai.

Con riguardo ai criteri che ispirerebbero le riforme, anche questi sono stati indicati in termini generali: un principio di realismo, la giustizia con la sua lentezza sta esasperando i cittadini e le loro imprese; la centralità della persona, quando si parla di giustizia si parla degli interessi dei cittadini e se la risposta alla domanda di giustizia arriva dopo dieci anni è, di fatto, una risposta negata da parte dello Stato; il principio di parità tra accusa e difesa, l’opzione politica sarebbe quella di volerla rendere piena ed effettiva.

Non vi è chi non veda la delicatezza e l’ambizione delle citate riforme (soprattutto se di rango costituzionale) e, al tempo stesso, allo stato, la mancanza di indicazioni precise, nel merito e nei contenuti, di come le stesse intendono essere attuate, che è il vero nodo della questione.

Come già sostenuto negli articoli precedenti sul tema, è nostra convinzione che la giustizia debba essere al servizio del bene comune e che, per l’importanza decisiva della materia negli equilibri della democrazia, una riforma così significativa come quella annunciata, imponga una profonda e condivisa riflessione tra tutte le principali componenti rappresentative dei cittadini e un clima di serena collaborazione e dialogo con la magistratura che ne incarna quotidianamente l’amministrazione.

Siamo altresì convinti che, nonostante non faccia parte del programma e dell’agenda del Governo, l’Esecutivo o il Parlamento dovrebbero porsi, prima o poi, il problema del conflitto tra politica e magistratura di cui abbiamo già ampiamente parlato e trovare soluzioni adeguate, oltre il Lodo Alfano che lo risolve solo parzialmente: in un’ottica futura, infatti, l’attuazione delle riforme andrebbe a collocarsi in un contesto di riequilibrio fra i poteri, evitando le strumentalizzazioni cui abbiamo assistito in questi anni (da entrambe le parti) e la possibile vanificazione delle stesse.

Sarebbe un grave errore sottovalutare l’enorme impatto che, le pur ritenute necessarie riforme della giustizia - soprattutto se di tale portata - avranno nel nostro Paese, se il contenuto delle stesse non troverà - almeno nelle scelte di fondo - una minima intesa tra le principali forze politiche e le componenti del mondo giudiziario (magistratura e avvocatura): in questo senso il Governo ha una grossa responsabilità, se vuole evitare che si rialzino i toni dello scontro, come peraltro già annunciato sulla stampa (troppo preventivamente e in modo pregiudizievole) dall’Associazione Nazionale Magistrati, per bocca del suo ex segretario, Nello Rossi e, in parte, anche del suo attuale presidente Luca Palamara.

Purtroppo, come detto, non si conosce il contenuto specifico delle varie riforme annunciate: tuttavia, essendo stato accennato l’indirizzo che il Governo intende prendere e gli istituti sui quali vuole intervenire, sarebbe utile e interessante un dibattito, con il contributo di studiosi e addetti ai lavori, magari affrontando nel dettaglio le problematiche e le possibili soluzioni relative ad ogni singola riforma proposta, nell’ottica di quel confronto necessario per rendere più funzionale ed efficiente il nostro sistema giustizia, realmente nell’interesse dei cittadini.

Paolo Tosoni, Il Sussidiario, 26 Settembre 2008

SCUOLA/ Israel: gli italiani stanno apprezzando le novità introdotte dalla Gelmini



Siamo alla vigilia di due appuntamenti importanti per il mondo della scuola: lunedì approda in aula alla Camera il decreto Gelmini, dopo l’approvazione in Commissione Cultura; contemporaneamente è previsto l’avvio ufficiale, questo fine settimana, delle proteste di piazza organizzate da opposizione e sindacati. “Scuola day”: questo il titolo che il Pd ha dato a queste manifestazioni, a dimostrare l’intenzione di difendere la scuola dai presunti attacchi del governo. Ma la gente comune, gli studenti e le famiglie, sono veramente sul piede di guerra contro le proposte del ministro Gelmini? Giorgio Israel, docente di Matematica alla Sapienza di Roma e direttamente impegnato sul tema scuola (partecipa a un tavolo di lavoro del Ministero per ridefinire i profili di formazione degli insegnanti), è convinto del contrario: gli italiani stanno apprezzando il lavoro della Gelmini, come dimostrano i sondaggi che effettivamente parlano di un ampio consenso sui provvedimenti più noti in campo scolastico. Le proteste dunque non sono altro che «strumentalizzazioni politiche».

Professor Israel, in questi primi mesi di attività il ministro Gelmini ha apportato una serie di piccole innovazioni, che permettono già di avere un’idea del suo operato: qual è in sintesi il suo giudizio su questi provvedimenti?

Il fatto di porsi l’obiettivo di riportare un minimo di disciplina nella scuola è secondo me una questione essenziale: il voto in condotta è un segnale molto preciso in questa direzione. Anche la scelta di riportare i voti in pagella è molto importante, perché chiarifica una serie di confusioni fatte negli ultimi vent’anni sulla valutazione. Il voto in numeri è certo anch’esso una stima approssimativa che ha componenti soggettive, come è inevitabile, però rappresenta in modo chiaro e non fumoso la valutazione. Viceversa i giudizi erano confusi, pieni di una terminologia a volte insopportabilmente vacua. Ora torniamo a qualcosa di definito e chiaro, che poi è l’unico sistema di valutazione seria.

In questo, come su altri aspetti, le voci critiche parlano di un ritorno al passato.

A chi dice così consiglierei di guardare quello che accade in Inghilterra, dove ci sono i centri Ofsted (Office for Standard of Education) che si occupano della valutazione delle scuole, e per fare questo adottano un sistema di valutazione numerico semplice. Questo è quello che accade fuori d’Italia: non siamo dunque in presenza di un ritorno all’antico, semmai di un ritorno alla ragionevolezza. Non possiamo certo dire che in Inghilterra siano arretrati: valutano con rapporti verbali seguiti da dati numerici, proprio come i voti. Questa è la giusta alternativa a tutte le complicate griglie di valutazione dei docimologi, con terminologia che vuole essere raffinata e invece è solo fumosa

Veniamo al punto dolente, su cui sembrano scatenarsi le proteste più agguerrite: il maestro unico. È una novità così terribile?

Questo è in effetti uno dei temi più controversi, ma è certamente il punto fondamentale. Premetto che non mi sembra assolutamente che sia solo una questione di economia. È fuor di dubbio che la scuola italiana spenda moltissimo, avendo un numero di insegnanti e bidelli spropositato, con un rapporto docenti-studenti molto alto a fronte di risultati modesti. Ma il motivo della scelta del maestro unico non è solo economico. E per capire meglio il problema bisogna precisare che quello che si occulta in questi giorni di propaganda è che la crisi della scuola non è ristretta a medie e superiori, ma riguarda anche le scuole elementari.

Ma come? Dicono tutti che la nostra scuola elementare è l’unica del nostro sistema a brillare nei confronti internazionali…

Se si va a guardare bene, nel caso della scuola primaria i confronti internazionali si basa su una serie di valutazioni fatte con parametri quantitativi, in particolare sull’impiego di risorse; e noi sappiamo bene che lo Stato italiano spende molto e impiega quantità enormi di personali. Ma poi dobbiamo fare un passo in più: se facciamo un’analisi seria, vediamo che la riforma delle elementari è entrata in vigore nel ’90, e le persone più anziane uscite con questa riforma hanno ora circa vent’anni: quello che stiamo constatando è che sono proprio questi a manifestare un crollo delle capacità linguistiche e matematiche. Si potrà dire che è colpa delle medie inferiori, ma sicuramente è un problema che riguarda anche le elementari. Lo si vede bene nei programmi, che sono stati cambiati in toto e sono disastrosi, perché vuoti di contenuto e fatti solo di teoria pedagogistica.

Questo giustifica il ritorno al maestro unico?

Proviamo a guardare la questione dalla prospettiva opposta: il passaggio ai tre maestri era basato sull’idea balzana di introdurre differenze disciplinari in una fase della crescita in cui i bambini non ne hanno bisogno. In prima e seconda elementare le esigenze sono altre. Innanzitutto, è bene che ci sia un punto di riferimento educativo, come dice giustamente la Gelmini; poi stiamo parlando di classi in cui si impara, sostanzialmente, a leggere, scrivere e far di conto. Questa è dunque la fase in cui il bambino viene introdotto al mondo simbolico, sia che si tratti della scrittura, sia che si parli di simboli numerici. È un’unica questione, ed è bene che questa fase sia gestita da una sola persona che abbia chiara l’idea di una connessione tra questi aspetti.

Questo cambiamento nell’impostazione dell’insegnamento elementare dovrà incidere anche sulla formazione dei maestri?

La riforma della preparazione dei maestri si è rivelata un disastro: oggi il maestro dei cosiddetti “moduli”, proprio quello che dovrebbe essere più specializzato, è invece formato con quote di preparazione disciplinare infime. Ci sono moltissimi casi in cui un aspirante maestro si può diplomare avendo seguito un corso di 30 ore di matematica in quattro anni. Storia antica poi non è nei programmi: quindi può diventare maestro chi non sappia nemmeno chi era Giulio Cesare. Non è dunque assolutamente vero che i maestri differenziati hanno maturato maggiori competenze disciplinari: quelli veramente competenti, al contrario, sono quelli di un tempo. I migliori sono ancora quelli che hanno 50 anni o di più; i più giovani dimostrano carenze come quelle dei loro allievi.

Intorno a tutte queste novità si è creato un pesante clima di protesta sociale, con chiari risvolti politici: come giudica questo clima?

In realtà non sono per nulla preoccupato di come reagiscono le famiglie e la società in generale. I sondaggi, su questioni come voto in condotta o voti in pagella, parlano di consensi quasi bulgari; ma anche sul maestro unico la netta maggioranza della gente è a favore. La società in generale è d’accordo con quanto sta facendo il governo, mentre le contestazioni di cui sentiamo parlare sono limitate a un numero ristretto di scuole. Il vero punto è la strumentalizzazione politica di questa protesta. E poi ha grandi responsabilità anche il mondo dell’informazione, che fa da grancassa a questo tipo di manifestazioni.

Cosa risponde a chi dice che il centrodestra ha il difetto principale di guardare alla scuola solo come ad un costo?

I fatti non dicono questo. Le decisioni prese incidono su temi scottanti, perché il fatto di avere deciso – peraltro sulla scia di Fioroni – che i debiti formativi devono essere recuperati ogni anno, dimostra una certa visione della scuola. Certo, i costi ci sono e vanno ridotti: la scuola pubblica è di dimensioni enormi, e purtroppo il privato è ancora poco. Il ministro sta creando i presupposti per riqualificare la scuola pubblica, per dare dignità alla funzione docente, per creare più serietà in classe. Il tentativo è riportare un clima di responsabilità, anche per le famiglie. Un’altra scelta importante è la chiusura delle SSIS, che era una fabbrica di disoccupati in mano a una cricca di potere. Tutto questo dimostra che si possono fare scelte importanti dal punto di vista educativo, attuando anche risparmi di spesa; perché il vero disastro non è la mancanza di risorse, ma il cattivo uso che se ne fa.

Int. Giorgio Israel, Il Sussidiario, 26 Settembre 2008

giovedì 25 settembre 2008


Capezzone: il caso Alitalia insegna che Veltroni vive nella realtà virtuale

"Comunque finisca la vicenda Alitalia, e´ stato istruttivo constatare come il segretario del Pd Veltroni, non trovando soddisfazione nel mondo dei fatti reali, cerchi di rifugiarsi nella realta´ virtuale, costruendo scenari fantasiosi e surreali". Lo ha affermato Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia, che ha osservato: "In tutti questi giorni, il segretario del Pd si e´ affannato a rimarcare la centralita´ del suo partito in questa vicenda: altra cosa alla quale possono credere solo i piu´ appassionati lettori dei romanzi veltroniani. In effetti, c´e´ stato un solo momento in cui Veltroni ha giocato un qualche ruolo: e´ successo quando ha fatto sponda ad Epifani su una linea negativa e ostruzionistica. Ma, vista la reazione dell´opinione pubblica, Veltroni ha subito capito che doveva sfilarsi dal vicolo cieco in cui si era cacciato. Tutto legittimo, in politica: ma che questo zig-zag ci venga ora descritto come una lucida strategia, e´ un po´ troppo". (il Popolo della Libertà)

Alitalia: Epifani ha fatto dietrofront


C´era da aspettarselo: Epifani è ritornato sui suoi passi, e ha firmato il piano industriale proposto da Cai.
In questo modo - il leader della Cgil - ha spiegato il suo ripensamento:
"Si è raggiunta un´intesa complessiva assolutamente positiva, anche tenendo conto di alcuni chiarimenti e aggiunte".
"Confido che sia possibile da parte degli assistenti di volo e dei piloti, riflettere per vedere come anch´essi possano contribuire a questo piano di rilancio e di risanamento dell´azienda".
A detta di Epifani, il raggiungimento dell´intesa dipenderebbe dal fatto che ai piloti e agli assistenti di volo, si sia riusciti a garantire una decurtazione dello stipendio inferiore a quella precedentemente prevista: dovrebbe essere nell´ordine del 6/7% della retribuzione, e potrà essere recuperata con incrementi di produttività (il leader della Cisl Bonanni, invece, dice che l´accordo ha lo stesso contenuto di quello "di 10 giorni fa").
Ora la palla è nelle mani dei piloti. Speriamo accettino l´intesa (c´è tempo fino alle 20 di oggi).
Un´ultima cosa, va aggiunta: i piloti dell´Alitalia, oltre a guadagnare fino a 13.000 euro al mese, hanno anche diritto all´autista (e a soggiornare in alberghi a 4 stelle).
Effettivamente sono dei poveri cristi.
Camelotdestraideale.it

Con il nuovo contratto «fisso» ridimensionato

Meno salario fisso con più peso per la parte variabile nelle buste paga dei piloti della Nuova Alitalia. Per un comandante della compagnia di bandiera la parte fissa oscilla da un minimo di 54mila ad un massimo di 140mila euro l'anno, contro i 34mila euro della parte variabile. Rispetto all'attuale media del 17,5% il piano di Cai intende arrivare al 40%, allineandola a quella degli altri vettori europei. C'è una grande variabilità nelle buste paga dei piloti: medio o del lungo raggio, anzianità di servizio e ore effettivamente volate. Prendiamo un comandante in servizio sul medio raggio con 16 anni di anzianità aziendale: l'imponibile si aggira sui 100mila euro. La parte fissa, slegata dalle ore volate, comprende lo stipendio di base (2.453 euro) e l'indennità di volo garantita per 30 giorni (5.909 euro). Sui 12.478 euro di lordo mensile, la parte variabile pesa per poco meno di un terzo e comprende l'indennità di volo giornaliera che calcolata su 17 giorni equivale a 2.870 euro. Diversamente da Roma, dove i piloti sono trasportati in aereoporto da pullman aziendali, a Milano è previsto un rimborso (indennità di trasporto) calcolato a tratta (in questo caso equivale a 720 euro). Ad esso si aggiungono i rimborsi per i pasti consumati in Italia (119 euro) e all'estero (406 euro). A carico del pilota c'è un contributo per il parcheggio in aeroporto (7,75 euro), oltre ai contributi per il fondo previdenziale Previvolo e per il sindacato (119 euro).Nel confronto con le altre compagnie europee piloti e comandanti Alitalia guadagnano generalmente di meno, ma ciò è una conseguenza anche del minor numero di ore volate. Prendendo un comandante con 14 anni di anzianità, si va dai 120mila euro annualmente percepiti in Airone, ai 127mila euro di Alitalia, ai 149mila euro di British, ai 160mila euro di Iberia, ai 162mila euro di Lufthansa ai 164mila euro di Klm. Secondo l'associazione delle compagnie aeree europee (Aea), la media di volo per ogni pilota per Alitalia nel 2005 è stata pari a 580 ore, contro le 641 di Air France, le 650 di Lufthansa o le 668 di Iberia. La disponibilità all'impiego per 900 ore l'anno (il limite massimo), contenuta nell'accordo siglato dai sindacati con Giancarlo Cimoli nel 2004, è rimasta puramente sulla carta. Allora venne concordato il pagamento a giornata (e non più ad ore), con un aumento della parte variabile legata alle giornate trascorse in volo. Il dato penalizzante per i piloti Alitalia nel confronto internazionale è anche l'effetto di una lunga crisi: mentre i competitor – alcuni dopo aver superato pesanti crisi aziendali - in virtù dei bilanci positivi hanno potuto negoziare rinnovi economici, l'ultima stesura contrattuale completa per Alitalia risale al 1989, l'ultimo sostanziale ritocco della parte economica al 2004.A questi livelli retributivi si arriva dopo un periodo di circa 10-12 anni necessario per diventare comandante, preceduto da una selezione e dal brevetto che costa circa 150mila euro. In passato la formazione avveniva nella scuola di Alghero (oggi chiusa) ma sono molti i piloti che provengono dall'aeronautica militare, dove hanno iniziato a volare intorno ai 20 anni. Tra i possibili mille esuberi indicati dal piano Cai ci sono molti quarantacinquenni, la cui somma tra età anagrafica e anzianità contributiva sarà pari a 83, dopo 7 anni di ammortizzatori sociali, che potrebbero andare in pensione con un abbattimento del 20%. Questa preoccupazione, insieme al timore di vedere ridimensionato il proprio ruolo in azienda dal contratto unico, è dietro le proteste dei piloti che hanno spinto due sigle storicamente nemiche, come Anpac e Up, a fondersi. (G.Pog.)
Il Sole 24 Ore, 25 Settembre 2008

mercoledì 24 settembre 2008

Perché le Coop sono finite nel mirino di Bruxelles

Sono incompatibili con il mercato comune gli aiuti concessi dagli Stati mediante risorse che, favorendo talune imprese, falsino o minaccino di falsare la concorrenza. Il commissario europeo alla concorrenza, Noelie Kroes ha, a tal proposito, recentemente chiesto delucidazioni in merito ai vantaggi fiscali di cui beneficiano le cooperative italiane.
In particolare le perplessità comunitarie riguardano la compatibilità delle agevolazioni fiscali a favore delle Coop in campo bancario e nella grande distribuzione, soprattutto alla luce di due discriminanti fondamentali: l’appartenenza alla categoria delle PMI, ovvero delle imprese che impiegano meno di 250 persone e che hanno un fatturato annuale non oltre i 50 milioni di euro e la sussistenza o meno del carattere di (effettiva) mutualità, nel senso della realizzazione dei redditi esclusivamente con i membri della medesima cooperativa.
Secondo la Commissione UE, dunque, la deduzione dal reddito imponibile degli utili accantonati alle riserve indivisibili sembra proprio un aiuto di stato, così come il prestito sociale, ossia la riduzione fiscale sugli interessi versati ai membri per depositi a breve termine e la deducibilità dei ristorni.
Secondo la Kroes deve essere garantito il giusto equilibrio tra la tutela delle cooperative e l’interesse del consumatore, nel senso di evitare distorsioni della concorrenza sul mercato al dettaglio.A tal fine, continua il Commissario, se devono essere tutelate e conservate le riduzioni fiscali a vantaggio delle cooperative mutualistiche o che si giustificano in vista del perseguimento di obiettivi sociali, vanno invece senz’altro escluse le agevolazioni fiscali a vantaggio delle grandi cooperative, concorrenti dirette delle imprese commerciali tradizionali. In questo senso risulterebbero dunque incompatibili le agevolazioni a favore delle cooperative della grande distribuzione, anche considerato che questo tipo di cooperative realizzano utili anche tramite attività con non membri e hanno un comportamento sul mercato analogo a quello delle imprese lucrative.
La concessione di aiuti di Stato potrebbe determinare quindi una disparità di trattamento tra le imprese di uno Stato membro beneficiarie delle agevolazioni e quelle degli altri Stati (ma anche dello stesso Stato) e potrebbe falsare la concorrenza tra le imprese del mercato comune.
La Corte di Giustizia della Comunità Europea ha più volte chiarito, del resto, che la normativa sugli aiuti di Stato intende evitare che eventuali vantaggi, concessi sotto varie forme dalle pubbliche autorità, favorendo determinate imprese o determinati prodotti, alterino la libera concorrenza, pregiudicando il buon funzionamento del mercato comune.
Forse anche alla luce di tali rilievi si possono comprendere allora le recenti azioni del Governo, come quelle relative all’innalzamento dell’aliquota fiscale sui rendimenti del prestito sociale (dal 12,5% al 20%) e come l’incremento della pressione fiscale sull’Ires, mediante la riduzione della quota dell’imponibile esente.
Nel tentativo di riportare le cooperative di grande dimensione ad una mutualità effettiva che sembra ormai perduta, la manovra d’estate ha poi previsto la destinazione del 5% dell’utile netto annuale al fondo di solidarietà per i cittadini meno abbienti. Si spera dunque che, sia per ragioni di equità fiscale che di stimolo della concorrenza, si realizzino, finalmente, condizioni di libero mercato, in cui le imprese siano assoggettate alle stesse regole, senza godere di vantaggi ingiustificati.
Robin Hood colpisce ancora!
Giovanbattista Palumbo, L'Occidentale, 24 Settembre 2008.

ALITALIA/ Non solo banalità nella lettera di Veltroni a Berlusconi


Ci vorrebbe una vignetta di Guareschi per ritrarre la mossa finale di Walter Veltroni per Alitalia: «Contrordine compagni!». Merita di certo molta ironia. Ma è un segno, seppure tardivo, di resipiscenza. Il premier ombra ha scritto una lettera a Berlusconi composta di due parti. Nella prima gliene dice di tutti i colori. Sostiene che il disastro della Compagnia di bandiera è dovuto agli errori del Cavaliere e del suo governo fino al 2006. Ignora le assunzioni clientelari praticate tra il 1998 e il 2001, governi D’Alema e Amato: circa tremila assunti senza necessità, nessun rinnovo della flotta aerea. E salta a piè pari il disgraziatissimo periodo del governo Prodi: due anni in cui si sarebbe potuto bloccare la catastrofe. Questa è politichetta.
Poi si offre di dare una mano. Tre strade. La prima, e non è un caso, è un atto implicito di accusa alla Cai. Infatti, soprassiede alle incresciose manifestazioni di corporativismo giubilante alla faccia dei povericristi messe in scena a Fiumicino, e chiede a Colaninno & C. di fare «un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono».
La seconda: «ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri».
Infine: «il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a CAI e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza».
Come ha risposto il ministro Sacconi è la banalità allo stato puro, filosofia alla Catalano, scoperta dell’acqua calda.
Segnala però quanto segue: Veltroni è consapevole che l’elettorato (non parliamo di opinione pubblica perché non si sa più bene che cosa sia) ha identificato i colpevoli della situazione attuale nei sindacati. Anzi in un sindacato grosso più alcuni gruppetti di estremisti: la Cgil che si è rivelata serva non degli interessi dei lavoratori ma della volontà del tanto peggio tanto meglio. E tutti sanno che Epifani e Veltroni sono una cosa sola, stessa cipria, stessa idea vecchissima di sindacato impigliato in disegni politici, incapace di concepire l’idea di bene comune.
Veltroni vuole uscire da questa immagine negativa. La gente che lo ha votato ci tiene come tutti a volare in condizioni di sicurezza e di puntualità. Non ha capito questa volontà di fornire continuamente alibi ai sindacati per dire di no e far precipitare le prospettive di rinascita nella Geenna delle buone intenzioni.
Detto questo. C’è un dato importante. Veltroni ha mostrato di rendersi conto che è la pancia del Paese a volere che non si ostacolino i tentativi del governo e degli uomini di buona volontà per consentire alla nostra patria di rialzarsi. Non è più disposta, e forse non lo è in realtà mai stata, a sacrificare il proprio calante benessere sull’altare di una disfida tra politicanti. L’antiberlusconismo non paga più, o paga poco. È sufficiente appena per fare crescere un partito forcaiolo come quello di Di Pietro al dieci per cento.
Dunque, sia pur tardivo, benvenuto Veltroni nel club di chi prova a sacrificarsi per il bene comune. Ha la possibilità di esercitare una seria moral suasion specie sulla Cgil, che non è il caso si riscopra proprio adesso bizzosamente autonoma dall’antica casa madre. Contrordine compagni! Non vale più la logica denunciata da Eduardo De Filippo in “Napoli milionaria” quando il padre ruba i maccheroni al figlio e teorizza cinicamente: "Vuò sapè 'a verita? Arruobbe tu? Arrobbo pur'io! si salvi chi può!". Se si ragiona così si muore tutti.
Renato Farina, Il Sussidiario, 24 Settembre 2008.

martedì 23 settembre 2008

Staino
lunedì 22 settembre 2008

libertà religiosa caposaldo delle liberta’


“Ci piacerebbe che dalla classe politica come da parte degli intellettuali e dell’opinione pubblica, venisse rivolta una nuova, vigorosa attenzione al tema della libertà religiosa quale caposaldo della civiltà dei diritti dell’uomo e come garanzia di autentico pluralismo e vera democrazia. Forse che, alla luce anche degli eventi più recenti, non ha ragione Alexis de Tocqueville ad asserire «che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì» (in La democrazia in America, I,9)? La libertà religiosa infatti non è un optional più o meno gentile che gli Stati concedono ai cittadini più insistenti, né una concessione paternalisticamente riconducibile al principio della tolleranza. È piuttosto il caposaldo delle libertà ed il criterio ultimo di salvaguardia delle stesse, in quanto iscritto nello statuto trascendente della persona e nella indisponibilità di questa rispetto a qualsiasi regime e a qualsiasi dottrina. Vorremmo evidenziare il fenomeno della «cosiddetta cristianofobia», e rilevare come vi siano rischi che prendono piede vicino a noi, ossia nella nostra stessa Europa, considerando «il distacco della religione dalla ragione, che relega la prima esclusivamente nel mondo dei sentimenti, e la separazione della religione dalla vita pubblica».

22 settembre 2008 - Dal discorso del presidente della Cei Angelo Bagnasco ai vescovi italiani

lunedì 22 settembre 2008

SCUOLA/ Il Piano Gelmini è una rivoluzione? Si, ma solo del buon senso

Tanto rumore per nulla, i sindacati che si stracciano le vesti, studenti di fantomatiche organizzazioni che accusano una supposta dismissione della scuola pubblica, sono queste le reazioni scomposte di fronte al "Piano Gelmini," come se fossimo di fronte ad una rivoluzione del sistema scolastico italiano. Ma è proprio solo tanto rumore per nulla, fatto secondo il principio del dover a tutti i costi andare contro. Non importa a che cosa e perché, vivere è andare contro!

La rivoluzione del ministro Gelmini è presto detta, il maestro unico per le classi con 24 ore settimanali e l'insegnante di inglese, un aumento del 50% del tempo pieno, ritorno delle sezioni primavera con la possibilità di andare a scuola da due anni e mezzo; più istituti comprensivi e tutela delle scuole in aree disagiate, riduzione degli indirizzi di studio negli istituti tecnici e professionali con l'eliminazioni dei doppioni, più matematica e inglese al liceo classico, riduzione dell'orario settimanale da 36 a 32 ore negli istituti tecnici e professionali e da 33 a 30 ore nei licei classici, scientifici, linguistici e delle scienze umane, investimenti per la formazione e per le nuove tecnologie, conferma del personale docente che si occupa degli alunni disabili. E' questa la rivoluzione che ha messo in allarme il mondo sindacale e il mondo studentesco che vorrebbe riesumare il cadavere del '68 ideologico, in realtà non si tratta di nessuna rivoluzione, ma di un semplice intervento che unisce buon senso, razionalizzazione e qualche principio educativo, quale quello che è educativamente più efficace un punto di riferimento che tanti o che non è la quantità a garantire una qualità dell'istruzione.

Per questo è irragionevole e puramente strumentale l'allarme che è stato lanciato di fronte a questi primi ritocchi che il ministro Gelmini sta facendo al vecchio e ormai decrepito palazzo della scuola. Il vero allarme è un altro e ci si guarda bene dal metterlo a tema, è la povertà educativa che incombe sulla scuola e che porta spesso, troppo spesso, a deludere l'attesa di tanti studenti che sono rientrati a scuola sperando in qualcosa di affascinante, di vero e di bello, ma che si sono trovati di fronte alla noia del dovere ripetuto. Che si sposti il problema della scuola su particolari di un certo rilievo, ma non di certo decisivi, questa è una responsabilità grave di un mondo che non vuole fare i conti con l'emergenza educativa, cosa che invece interessa a chi ogni mattina entra in classe certo che quell'ora di lezione c'entri con il suo desiderio umano.
Gianni Mereghetti, il Sussidiario, 21 Settembre 2008.

domenica 21 settembre 2008

Vincitori o campioni?





Chi di voi ricorda chi ha vinto il Festival di Sanremo del 1996? Forse nessuno; chi ricorda chi è arrivato secondo? Forse qualcuno!
Chi si ricorda con quale canzone? Forse in molti. Era "La terra dei cachi" degli Elio e Le Storie Tese. Primi classificati furono Ron e Tosca, ma il grande pubblico si ricorda solo di quella canzone semidemenziale che cantava i mali dell'Italia.
Cosa c'entra? Il 13 e 14 Settembre scorsi a Quarrata si è svolta la prima festa del Circolo della Libertà, una festa di tutto il centro destra una festa dove ci siamo incontrati e si è parlato di politica, del futuro del nostro partito, dell'attività di governo, di problemi inerenti la Città, con ospiti importanti e "bipartisan" come Achille Totaro e Paolo Bartolozzi, che è rimasto anche a cena con noi. Abbiamo avuto come ospite, sebbene per breve tempo, il nostro sindaco.La festa in se e per se non è stata un successo di numeri, rispetto ad altri eventi (complice anche chi ci ha remato contro, vedi la pioggia; e il traffico particolarmente intenso quel sabato per la concomitanza di altre manifestazioni).
Ma come importanza simbolica quell'evento va a rompere un silenzio che durava da troppo tempo nelle nostre terre, va a reclamare alla vita politica di centrodestra un suo legittimo (legittimato dai numeri delle elezioni) spazio sul territorio. Per cui possiamo dire che certamente non abbiamo vinto, ma sicuramente siamo arrivati secondi.


Grazie a tutti coloro che ci sono stati vicini.

«Più blog e meno tessere Ecco il partito del futuro»


Forza Italia fu definito il partito di plastica. Ora provate a creare qui a Gubbio, alla scuola di formazione di Forza Italia, il Pdl. Di che materiale sarà fatto il nuovo partito, coordinatore Verdini?«Un materiale che si espande. Il risultato delle elezioni del 13 aprile non è sufficiente, dobbiamo portare il partito sulla strada della semplificazione e del bipartitismo».Vi accorderete entro primavera?«Questa settimana si riunisce il comitato costituente».Il congresso?«A gennaio-febbraio. L’importanza del congresso è legata alla scadenza delle prossime elezioni politiche ed europee».Come farete a non litigare con An?«Con An i patti ci hanno portato alla vittoria del 13 aprile. Sono patti molto solidi, l’obbiettivo dei partecipanti al Pdl è comune. Si potrebbe discutere del leader ma il leader è Berlusconi e da lì discende tutta l’impostazione che dobbiamo dare al Pdl. Al di là della prima fase in cui siamo costretti a parlare di percentuali di presenza dei due partiti (il famoso 70-30, ndr) sceglieremo i migliori, le persone più adatte per convincere gli elettori a votarci».Il simbolo?«È come una squadra vincente: non si cambia».I numeri?«Nei sondaggi abbiamo un avanzamento al 42-45%. Io credo che in futuro si possa puntare al 50 più uno. L’area di riferimento esiste. Trentotto noi, 8 la Lega e siamo a 46. Sto parlando di area intendiamoci! Sennò poi ci dicono che vogliamo prendere i voti della Lega. Poi l’Udc, la Destra, i piccoli. E a mio giudizio ci sono elettori di centrosinistra che si trovano a disagio».Quanto vale questo partito in termini di tessere?«Al di là della formula di tesseramento si arriverà ad adesioni pari al 10% dei voti».Perché al di là delle formule? Spariranno le vecchie tessere?«Dobbiamo pensare a formule innovative anche per il tesseramento, i gazebo ci hanno dato indicazioni, dobbiamo aprirci alle nuove tecnologie. Si deve pensare a un partito non rigido, ma veloce e dinamico».Lei che non risponde nemmeno al telefonino punterà sulla tecnologia?«Non rispondo perché mi sembra una scortesia nei confronti delle persone con cui parlo di persona. Ho visto quel che è successo negli Usa, dove alle convention dei democratici e dei repubblicani sono stati accreditati i blogger...».Creare un partito dei blog senza creare scontri tra vecchie e nuove generazioni?«Non tutto sarà innovazione. Si deve modernizzare la classicità dei partiti. Chi oggi ha 30 anni nel ’92 ne aveva sedici. Della Prima Repubblica non hanno vissuto niente. Sono persone prive di nostalgie. È una generazione post-ideologica. Allo stadio di Firenze nei 200 metri nella sfida Mennea-Borzov c’erano quelli che tifavano Borzov e ricordo che ci fu una zuffa. Ora non accadrebbe».Il Pdl sarà un partito post-ideologico?«Sì. Lo deve essere perché post-ideologici lo sono diventati tutti gli elettori italiani. Più della metà della popolazione che ragiona così: scelgono chi ti propone le cose pratiche. I giovani votano così».Ma in questi giorni si è parlato molto di nostalgie proprio all’interno di An, tanto che Fini ieri si è pubblicamente dichiarato antifascista...«Le parole di Fini sono simili alle mie. Guardare al futuro è quello che serve agli elettori che ci hanno riconosciuto la guida del Paese».Partito che nasce dalla storia di Fi, unione di anime diverse, dai cattolici ai socialisti, ma aperto, lei ha detto qui a Gubbio. Anche all’Udc?«Un conto sono le disponibilità espresse a più riprese dagli aderenti al Popolo della libertà, un conto l’effettiva volontà degli altri, che pare non manifestarsi. È chiaro che l’espansione avviene attirando nel Pdl partiti che hanno da sempre formato l’area del centrodestra, ma non possiamo bloccare i lavori aspettando altri».Lei ha detto che il Quirinale prima o poi vi toccherà. E ha scatenato un bel po’ di polemiche.«Non intendo mettere in discussione il ruolo dell’attuale presidente riconosciuto dalla maggior parte delle persone e anche da me come un ottimo presidente. Però rivendico il mio ragionamento storico e politico: dal ’94 il centrodestra non ha mai perso le elezioni ma non ha mai indicato un presidente. Non ho mai detto però che va cambiato il sistema di elezione».Avete buoni candidati?«Eccellenti. Ce n’è uno che è un fenomeno... Sembra nato per fare il presidente, non faccio nomi. Ma un presidente adesso ce l’abbiamo e va benissimo così».


Da 'Il Giornale' del 14 settembre 2008

NEL CONTINENTE NERO… PRODI IN VACANZA STUDIO


L’ONU MANDA PRODI IN AFRICA PER “OCCUPARSI DEL MIGLIORAMENTO DEL FINANZIAMENTO DELLE OPERAZIONI DI PACE GESTITE DALL’UNIONE AFRICANA SOTTO IL MANDATO DELLE NAZIONI UNITE”… UN INCARICO VAGO, COME LA SUA PERSONA…SPERIAMO NON FACCIA DANNI IN QUELLE SEI SETTIMANE
Altro che cimitero degli elefanti: quando a sinistra un leader perde il bastone di comando, non rischierà più di finire i suoi giorni in Siberia, ma non si può dire che goda di ottima salute.Dopo la mission del Fassino in Tibet, di cui si conoscevano solo, come segnali di vita, i comunicati stampa della parrocchia che periodicamente lui sfornava, ora tocca a Romano Prodi fare le valigie, dopo aver annunciato “urbi et orbi” che avrebbe fatto solo il nonno.Probabilmente il nipotino si è rotto le balle e ha fatto una telefonata, invece che al telefono Azzurro, alla sede dell’Onu e ha detto in romagnolo ” Volete per pietà trovare un’occupazione temporanea al nonno Romano, che qua non se ne può più di sentire i suoi farfugliamenti incomprensibili?”.Come dire di no a un bimbo, avranno pensato all’Onu e, gira che ti rigira, pensa che ti scervelli, alla fine hanno trovato dove sistemarlo, il più lontano possibile da casa.Per sei settimane inviato nel Continente nero, paraponziponzipò, con un’essenziale missione così definita: presidente di una commissione “incaricata di occuparsi del miglioramento del finanziamento delle operazioni di pace gestite dall’Unione africana sotto l’egida delle Nazioni Unite”. Non significa una mazza, tanto è vago il compito: se deve migliorare il finanziamento di certe operazioni, che ci va a fare in Africa che non hanno un euro? Forse sarebbe meglio bussare a quattrini là dove ci sono gli skei, fatto sta che per sei settimane sarà in Africa e poi dovrà fare il rapportino aziendale entro la fine del’anno.Quanto costi questa vacanza studio all’Onu non ci è dato saperlo, speriamo almeno che in Africa arrivi qualche euro in più, rispetto a quanto andranno a spendere gli “inviati speciali”.Dal Pd sono partite scariche di applausi per l’elevato incarico al Romano, forse motivate dalla gioia di toglierselo dalle palle per un mese e mezzo: in realtà l’incarico di prestigioso ha nulla.Prodi non è un inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, né un suo rappresentante speciale. Il personale alle dirette dipendenze del Professore ha un compito limitato nel tempo e nei contenuti.Temendo che si perdesse o combinasse casini anche in Africa, gli hanno dato 5 commissari in veste di badanti, provenienti da Usa, Mauritius, Kenia, Giappone e Iran, in verità tutti sconosciuti e di basso profilo. Più che una missione diplomatica un gruppo di studio per esaminare le lezioni del passato e gli attuali sforzi di pace dell’Unione Africana e analizzare le possibili opzioni per migliorare la prevedibilità, sostenibilità e la flessibilità delle sue risorse, per le operazioni di pace chieste dal Consiglio di Sicurezza.Parole in linea con l’abituale vaghezza, figlia dell’impotenza, delle varie organizzazione Onu.Non che altri rappresentanti delle Nazioni Unite si siano fregiati di chissà quale riconoscimento, ma almeno avevano una copertura di tutto rispetto. Marttii Ahtisaari, ex presidente della Finlandia, è stato inviato dell’Onu per la crisi del Kossovo, Alexander Downer, ex ministro australiano, è stato “special advisor per Cipro, Tony Blair inviato speciale per il Medio Oriente.Tutti e tre inseriti in strutture stabili, con budget a disposizione e una responsabilità diretta sulle missioni. Questa sa tanto di contentino, come quella di Fassino, una via di mezzo tra un viaggio di istruzione e una vacanza studio.Noi in ogni caso ne siamo felici… per il nipotino ovvio… Sei settimane di pace se le meritava, che aveva mai fatto di male?

Alitalia, la Cgil che difende i piloti che guadagnano 13.000 euro al mese, e altre cosette


Allora, come noto, la Cgil e alcune sigle sindacali autonome dei piloti, hanno portato Cai a ritirare l’offerta per l’acquisto di Alitalia.
Ora, mentre i piloti hanno agito per difendere privilegi corporativi (di cui, poi, parleremo), la Cgil ha opposto un rifiuto all’accordo, per motivazioni che ai più appaiono incomprensibili (salvo non si faccia riferimento ad “interessi politici“).
Beninteso: i più di cui parlo, non sono solo gli italiani che hanno votato per il centrodestra, affatto. I più cui mi riferisco, includono anche una parte consistente di elettori del centrosinistra.
Alcuni dei quali, ad esempio, hanno espresso il proprio disappunto - come ha riferito stamane Emilio Gioventù, in un articolo apparso a pagina 4 su Italia Oggi -, in un sito di fan club di Romano Prodi.
Il giornalista non ha citato la url del sito in questione, e io non sono riuscito a trovarlo. Talché, me ne scuso, mi limito - in questo post - a riportare i virgolettati, come apparsi nell’articolo.
Ha scritto un tale che s’è firmato Silvanosm:
“I sindacati e la sinistra cercano di far fallire la trattativa. Però con questo gioco al massacro rischiano di far fallire Alitalia. Per non concedere 3-4.000 esuberi e far vedere il loro potere, casta dei sindacati, si farà fallire Alitalia e se ne lasceranno a casa 20.000. Qualcuno mi spieghi la logica”.
Ancora più duro il commento di Pietro De Laurentis:
“Ad un operaio che percepisce 1.200 euro al mese non interessa lo strapotere dei piloti, che viaggiano con 18.000 euro al mese. Non conosco i ghirigori ideologici di Epifani, ma una cosa è certa, con 1.200 euro non si possono pagare le tasse per fa continuare a giocare questi signori con i soldi degli altri”.
Ora, prima di proseguire nel discorso, è bene fare una precisazione: il sito di cui sopra, consente di lasciare commenti solo a chi sia iscritto (ad esso), ed abbia versato una quota di sostegno. Dunque è difficile che i commenti in questione, siano stati lasciati da elettori del centrodestra (l’articolo di Italia Oggi, riporta altri commenti di questo tenore).
Detto questo, aggiungo anche, che non serve nemmeno citare commenti lasciati su una pagina web, per affermare che di sicuro anche tra gli elettori (e gli eletti) del centrosinistra, ci sia qualcuno che non ha gradito il comportamento della Cgil. Né serve far riferimento al sondaggio realizzato da Luigi Crespi - per Affari Italiani - che dà un quadro netto: per il 63,5% degli italiani, il fallimento della trattativa è colpa esclusiva della Cgil (qui, la relativa tabella).
Più utile, in tal senso, appare il giudizio del piddino Enrico Morando (coordinatore del governo ombra):
“Tutte le organizzazioni sindacali hanno principalmente la responsabilità di aver fatto fallire sei mesi fa l’accordo con Air France-Klm; adesso, di fronte al nuovo scenario, sono tutte in una situazione di particolarissima difficoltà e quindi la mia risposta è sì. La Cgil ha delle particolari responsabilità assieme alle altre organizzazioni sindacali”.
Il giudizio riportato è rilevante, anche perché serve a “sbriciolare” una delle tesi diffuse - dalla sinistra - in queste ore. E così riassumibile: “Se Berlusconi non avesse fatto fallire la trattativa con Air France, quando Prodi governava, ora Alitalia non sarebbe più un problema”.
Berlusconi non fece fallire un piffero, anche perché non aveva il potere per farlo, essendo il capo dell’opposizione. E Morando - che pure nell’intervista di cui si è riportato uno stralcio, ribadisce che Berlusconi “usò” il no sindacale, per provare a mettersi di traverso nella vicenda -, con una certa onestà intellettuale, lo riconosce.
Ancora.
Che gli italiani - anche quelli che hanno votato per il centrosinistra - abbiano il dente avvelenato con la Cgil, lo può provare anche il largo consenso - misurato questa volta da Mannheimer - a favore della cordata di imprenditori, riunitisi nella società denominata Cai.
Per il 38% degli intervistati, l’opzione-Cai è migliore di quella Air France; mentre il 25%, quantunque ritiene fosse preferibile l’Air France, considera accettabile la soluzione offerta da Cai.
Amen.
E’ nei fatti, ritengo, che il comportamento della Cgil trovi biasimo e condanne ovunque, anche a sinistra.
E’ nei fatti, perché io sfido chiunque a dirmi che la Cgil ha fatto bene a mettersi al fianco di chi, i piloti dell’Anpac, hanno rifiutato l’accordo, per difendere le loro “misere” buste paga da 13.000 euro al mese!
Cazzo: il sindacato che al proprio interno ha le posizioni più massimaliste e social-comuniste in assoluto, fa comunella con gente che vuole difendere il privilegio - da noi pagato - di guadagnare fino a 13.000 euro al mese? E tutto ciò, non indigna gli elettori di sinistra?
Non è possibile! E’ ovvio che, al di là di un certo numero di persone che - erroneamente - pensano che il temporaneo fallimento della trattativa (proseguirà, fidatevi) possa danneggiare Berlusconi, ci sia anche chi - sempre a sinistra - se ne fotta dell’interesse di parte, e consideri vergognoso il comportamento del sindacato guidato da Epifani.
Inoltre, voglio aggiungere anche un’altra cosa.
In queste ore, diversamente non poteva essere, l’opposizione è ritornata a parlare - come s’è già detto -, dell’offerta Air France, definendo quest’ultima assai migliore di quella fatta da Cai. Cosa non proprio esatta.
Innanzitutto, perché con Air France ci sarebbe stata un svendita (basta considerare l’offerta avanzata allora, rispetto al valore di mercato di Alitalia); inoltre, perché l’opzione transalpina avrebbe danneggiato Malpensa, e questo non piaceva ad una parte del Nord (soprattutto agli abitanti della Lombardia), e vedeva uniti - contro Air France - tanto Filippo Penati quanto Roberto Formigoni. In più, ed è una cosa di cui si è parlato poco, come mirabilmente ha ricordato Nicola Porro (in una puntata di Matrix, in cui era presente anche il ministro ombra del Pd, Matteo Colaninno), la proposta formulata da Air France - presumibilmente tramite un contratto preliminare di vendita -, contemplava una clausola (ha un nome tecnico, che non ricordo. Me ne scuso), che prevedeva l’ipotesi di rivedere al ribasso, al mutare di alcune variabili economiche (tra queste: la variazione del costo del greggio), il prezzo di acquisto - per rilevare Alitalia - prospettato da Spinetta.
Morale della favola: se si fosse conclusa la trattativa con Air France - fallita per il niet dei sindacati, Cgil in primis -, Air France avrebbe pagato davvero poco, la nostra compagnia di bandiera. Per non parlare, poi, di un certo tipo di “monopolio legale”, che la compagnia transalpina, de facto, avrebbe avuto su alcune tratte (con evidente ed inevitabile nocumento per il nostro Paese). A scanso di equivoci: faccio presente che il sottoscritto - pur di togliersi dalle scatole Alitalia - faceva il tifo per la vendita ai francesi (e questo, sebbene al governo - a condurre la trattativa - ci fosse Romano Prodi!).
Tutto ciò per dire che, se anche con l’opzione Cai, il contribuente italiano dovrà farsi carico di 1/1,5 miliardi di euro (ma è impossibile stabilirlo di preciso, prima che siano alienati alcuni asset in possesso della Bad Company), ciò non vuol dire che se Air France avesse acquisito Alitalia - anche per le ragioni esposte da Nicola Porro -, a conti fatti per lo stesso contribuente sarebbe stato meglio: magari - al netto di tutto - lo stato avrebbe incassato meno.
Altra questione, e concludo.
La mia sensazione è che la trattativa non sia finita. Non ho elementi - salvo questo - per ritenere che così sia. Vado a naso, a sensazione.
Quantunque, infatti, la situazione sia gravissima - la settimana prossima, il commissario Fantozzi (che si è adoperato anche per cercare soluzioni alternative a Cai) potrebbe chiedere la sospensione delle licenze che consentono il volo degli aerei, come “mossa” cautelativa per evitare che l’Enac ritiri le stesse (la sospensione è temporanea; il ritiro è per sempre) -, qualche margine perché l’accordo vada a buon fine, forse c’è.
Non accadrà subito, di certo: è ipotizzabile che la cordata guidata da Colaninno - in questo spalleggiata dal governo - voglia tenere sulla graticola Cgil e Anpac, ancora per un po’. E questo per un motivo: continuare ad “esporli” alla gogna, come principali responsabili del fallimento della trattativa, può servire a ricondurli a più miti consigli.
Questa vicenda, comunque, non è conclusa.
E, arrivati al punto cui siamo, c’è da sperare - tutti dovremmo farlo - che l’accordo si trovi (senza che la procedura di fallimento faccia pienamente il suo corso).
Altrimenti sarà il caos, per il Paese.
P.S.: ricordo che il piano prospettato da Cai, prevede 3.250 esuberi e 7 anni di ammortizzatori sociali speciali (se la trattativa fallisce, invece, non ci sarà il ricorso ai medesimi ammortizzatori, e 20.000 persone rimarrano con le natiche per terra).
Update del 21 settembre, 15.20:
Cofferati continua a difendere i piloti che guadagnano 13.000 euro al mese: “Noi come Cgil abbiamo condiviso l’accordo con la Cai sul piano industriale e quello sul personale di terra, ma chiediamo che venga fatto un accordo anche sul personale di volo“.
Se volete, votate Ok.