lunedì 13 ottobre 2008

ABORTO/ Il Tar blocca le linee guida della Regione Lombardia e scava un solco tra i cittadini di serie A e di serie B



Il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar che bloccava i protocolli della Regione Lombardia sull’interruzione di gravidanza. Infatti nella regione di Formigoni era stato stabilito, in ossequio alla legge 194, che gli aborti tardivi non si potessero fare oltre il termine di 22 settimane e 3 giorni dal concepimento.
D’altronde la legge 194 lo dice chiaramente: da quando il feto ha la possibilità di vita autonoma, non si può eseguire aborto terapeutico, se non in caso di rischio per la vita della madre. Così recita l’articolo 7 della legge. Che il limite di possibilità di vita autonoma sia di 22 settimane è un fatto risaputo: di norma a questa età la sopravvivenza è del 7%, con livelli ancor più alti riscontrati in Giappone dove sono arrivati al 30% (fonte: Tsuchida Shin'ya, Acta Neonatologica Japonica, 2001).
Dunque su che base se non questi numeri si può rendere “discrezionale” rianimare un bambino nato da aborto? Come decidere se non sui dati dell’evidenza scientifica? L’alternativa è lasciar morire un cittadino italiano (si diventa cittadini al momento del primo respiro) perché l’aborto tardivo non è altro che un parto prematuramente indotto, la cui conseguenza è la nascita di un bimbo cui di solito (tranne eccezioni) batte il cuore, funziona il cervello e il respiro va, seppur stentato e fragile. Siccome di solito il feto a quell’età gestazionale non è abortito perché in fin di vita, ma perché ha malattie che i genitori reputano di non volere in un figlio (o che reputano rendere la vita di “bassa qualità”), spesso nasce vivo, e se i polmoni sono minimamente maturi potrà avere – se prontamente assistito - una chance di sopravvivere.
Per evitare i “problemi italiani” (nascita di un bimbo vivo) in certi Stati USA fino a qualche anno fa si ricorreva ad una via spiccia: l’ “aborto a nascita parziale”: per non rischiare un intervento intrauterino, si faceva uscire parzialmente il feto e – mantenendo la testa dentro l’utero per evitare il primo respiro - si “terminava” con tecniche chirurgiche invasive e cruente. Così il bambino “nasceva morto”. Non ci sembra un’esperienza da imitare.
La legge italiana è meno cinica: tutela chi ha delle chances di farcela, vieta la soppressione del feto in epoca con possibilità di sopravvivenza; sa che ogni bambino vivo (almeno lui) va tutelato. Inoltre ha nel suo impianto una regola d’oro: non impose al momento della sua promulgazione (1978) un’età sopra cui impedire l’aborto, proprio perché era ovvio che la scienza avrebbe fatto passi avanti. Nel 1987 non sopravvivevano bambini sotto le 26 settimane; ora non sopravvivono sotto le 22: la scienza ha guadagnato alla vita un mese di speranza.
Ovviamente nascere a 22-23 settimane non è banale: il rischio di morire è altissimo, e anche alto è quello di restare colpiti da danno fisico per la nascita prematura. Ma questo semmai imporrebbe non di lasciar morire il bambino a rischio di disabilità, ma di evitare un aborto con tutti i mezzi.
Il problema vero è che si sta erodendo in una parte della popolazione generale (feti, bambini, disabili, anziani, evidentemente “di serie B”) il diritto alla vita, che si vorrebbe compensare elargendo diritti di altro genere alla popolazione “di serie A” restante (i cosiddetti “diritti civili”). Il diritto alla vita inizialmente è stato infatti soppresso in epoca fetale, rendendo il bambino non ancora nato un cittadino di serie B; poi si è passati al neonato, la cui rianimazione prima obbligatoria, sta diventando in tanti Stati discrezionale (spesso secondaria al volere dei genitori o alla futura disabilità); contemporaneamente si sta erodendo il diritto alla vita dell’anziano e del disabile cui si stanno aprendo tutte le facilitazioni verso eutanasia e suicidio assistito mentre resta in ripida salita per loro la strada - pur percorribile - della cura di depressione, dolore e ansia. Sentiamo dire che può esser giusto lasciar morire il bimbo nato da aborto perché altrimenti si andrebbe contro il desiderio dei genitori, e questo ci sconvolge dato che pensavamo scomparso da tempo il diritto di vita e morte del pater familias (o madre) sul figlio. Evidentemente la storia si ripete.
Non ci affascina la legge 194, ma chiediamo che almeno venga applicata in toto. Sapere che essa tutela tutti quelli che hanno speranza di farcela e poi sentire che questo umano e basilare dettato può decadere ci rattrista; ma le ragioni contrarie ai protocolli della regione Lombardia sono dure da sostenere alla luce del progresso scientifico, e questo ci dà la certezza che l’interpretazione data alla legge dalla stessa Regione prevarrà, per il buon uso della ragione che la guida.
Carlo Bellieni, Il Sussidiario, 10 Ottobre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

Cosa prevede la norma salva-manager

La norma salva-manager inserita nel decreto Alitalia nel corso dell'esame in aula del provvedimento al Senato sarà cancellata. Lo fanno sapere fonti di Governo dopo l'aut aut del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «O via l'emendamento salva-manager, o va via io». L'emendamento salva-manager era stato approvato in aula al Senato, su proposta dei due relatori del provvedimento, i senatori del Pdl Antonio Paravia, relatore per la X commissione e Angelo Maria Cicolani, relatore per l'VIII commissione. Ora il relatore alla Camera del decreto e presidente della commissione Trasporti Mario Valducci conferma che la norma va espunta. «Una interpretazione estensiva della cosiddetta norma salva-manager rischia di creare effetti indesiderati dal Governo e dalla maggioranza rispetto alla ratio con la quale è stata concepita.» Per Valducci «va dunque espunta dal testo del decreto Alitalia per essere esaminata nel disegno di legge delega sulla riforma del diritto fallimentare».«Nel provvedimento varato dal governo per salvare Alitalia si nasconde un articolo che potrebbe evitare le condanne per i crac Cirio e Parmalat», ha scritto «La Repubblica» anticipando oggi i contenuti di un'inchiesta di «Report», il programma di RaiTre curato da Milena Gabanelli. «Secondo il provvedimento - scrive il quotidiano- se non c'è stato il fallimento delle società coinvolte negli scandali finanziari, i reati commessi dai manager non sono perseguibili».
L'emendamento 1.108 presentato in aula al Senato dai relatori inserisce l'articolo 7-bis nel decreto legge 347/2003, la cosiddetta legge Marzano, che contiene misure urgenti per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in stato di insolvenza. L'articolo è dedicato all'applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare e prevede l'equiparazione delle dichiarazioni in stato di insolvenza alla dichiarazione di fallimento solo nell'ipotesi in cui intervenga una conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, o nell'ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell'ammissione alla procedura. La disposizione, secondo Paravia e Cicolani, esclude dalla sua applicabilità i casi di accertata falsità dei documenti posti a base della procedura, «quindi non si applica ai casi citati da affrettate dichiarazioni di alcuni dirigenti politici e ad alcuni organi di informazione (Parmalat, Cirio, ecc)».
Nella notte si sono susseguite una serie di telefonate tra i parlamentari del Popolo delle libertá. Un errore, si è detto, «non è possibile che in un momento delicato e di fronte a una crisi finanziaria si possa pensare di fare una norma per salvare i manager responsabili». Poi l'esplosione di Tremonti in aula al Senato, apprezzata dall'opposizione. I due relatori del provvedimento al Senato, autori dell'emendamento 1.108, in una nota precisano che l'emendamento salva-manager presentato al dl Alitalia, in Aula al Senato dove il decreto è stato approvato il primo ottobre, non si applica a casi come Parmalat e Cirio. «L'emendamento - sottolineano in una nota congiunta - è mirato esclusivamente a tutelare le difficili scelte da parte dei commissari, operate in momenti oggettivamente straordinari, come è ad esempio nel caso di Fantozzi, che hanno l'esigenza di agire in modo certamente responsabile, ma discrezionale e flessibile, tendendo in primo luogo a garantire la continuità di un pubblico servizio». Di fatto, però, la norma si applica a tutte le società. «La necessità di una formulazione generale e non mirata al singolo caso Alitalia - dicono Paravia e Cicolani - si rende necessaria per ovvie ragioni di costituzionalità della norma stessa».
Nicoletta Cottone, Il Sole 24 Ore, 9 Ottobre 2008.

Brunetta: «A settembre assenze nella P.A. diminuite del 45%»


«Nel mese di settembre abbiamo registrato una diminuzione delle assenze per malattia del 45 per cento». Lo ha detto il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta nel corso della conferenza stampa a palazzo Chigi, tenuta insieme al premier per la presentazione del Servizio anticorruzione e per la trasparenza. Su base annua, ha detto il ministro, vuol dire «50.000-60.000 lavoratori in più». Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta ha annunciato che presto saranno istituiti dei «tornelli», come quelli usati davanti agli stadi di calcio, per registrare l'ingresso e l'uscita dei dipendenti del suo ministero. E il Cavaliere lancia una battuta: «Ora i bar della zona sono disperati perché sono tutti vuoti».
Il Sole 24 Ore, 9 Ottobre 2008

giovedì 9 ottobre 2008

BORSE/ L’apparente "inutile" mossa di Berlusconi e Tremonti è la cura più efficace per i risparmiatori


giovedì 9 ottobre 2008
Il compito era davvero complicato sia per un maestro della comunicazione come il premier Silvio Berlusconi, sia per due tecnocrati pochissimo telegenici come il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi.

Illustrare il decreto d'urgenza del Governo sul sistema bancario alla prova della crisi globale era ultra-impegnativo proprio perché significava pattinare sul ghiaccio ormai sottilissimo anche in Europa del "credito pubblico": che non è aumentabile da un giorno all'altro, gestibile né con una statalizzazione nazionalizzazione degli istituti, né con un taglio di tassi, né con aumento di garanzia ai depositanti. E anche se potrà non piacere a molti avversari del premier e del ministro, il virgolettatto “nessuna banca italiana fallirà” e “i vostri risparmi sono al sicuro” sono stati più importanti dell'annuncio di un maxi-piano come quello nazionalizzatorio varato dal Governo inglese: (500 miliardi di sterline) che - come quello americano (700 miliardi di dollari) - ha infatti certificato che il sistema bancario locale è semidistrutto e che i conti li pagheranno i contribuenti, ammesso che abbiano nei prossimi anni di che pagare le tasse.

In Italia le banche non sono/non sembrano - forse per la totalità del sistema - sull'orlo del dissesto (Draghi ha ribadito la sua fiducia nella solidità) e d'altro canto il bilancio pubblico non ha riserve di mezzi o capacità di indebitamento di altri partner europei. Anche un (modesto) piano da 20 miliardi per interventi diretti del Tesoro nelle banche in eventuale difficoltà, ieri sera è stato smentito. Così come la "garanzia statale" per i depositanti va ad aggiungersi a quella del Fondo autogestito dalle banche stesse e quindi è una misura formale: ma è anche vero che se le maxi-assicurazioni varate dal Governo Merkel dovessero davvero entrare in funzione, l'instabilità monetaria in Germania si avvicinerebbe a quella spaventosa degli anni '30.

Tremonti, dopo aver incontrato il presidente dell'Abi Corrado Faissola, ha sottolineato che interverrà "caso per caso" in banche dai bilanci non a prova di bomba e sarà comunque la Banca d'Italia a valutare l'opportunità di aumento di capitale e l'insufficienza dei mezzi eventualmente già resi disponibili dagli azionisti.

Può sembrare anche questa una logica burocratica, incapace di cogliere le ansie del risparmiatore che ha già la tentazione di correre agli sportelli e prelevare contante dai suoi conti. Eppure - se naturalmente non intervengono peggioramenti ulteriori e non emergono buchi nascosti in qualche istituto - è ancora una volta meglio così: la privatizzazione delle banche in Italia, attesa per sessant'anni e realizzata poi in quindici, non può essere cancellata in un mese. Portando poi magari nell'orbita pubblica banche come le Popolari che - in quante cooperative private sul territorio - sono sempre state l'esatto contrario del controllo pubblico centrale.

Ridare al ministro del Tesoro - anche sottoforma mediata di azioni privilegiate di minoranza - il ruolo di Grande Fratello del credito, soprattutto se non ne emerge stretta necessità, non appare una mossa lungimirante.

In concreto: UniCredit è una banca che ancora a giugno ha annunciato utili (veri) miliardari; può aver registrato perdite inattese su alcuni titoli (lo ha riconosciuto l'ad Alessandro Profumo), ma può darsi che non vada mai neppure in rosso e tanto meno fallisca. In ogni caso sta provvedendo da sé al rafforzamento patrimoniale e un domani se avesse bisogno di una cornice strategica più ampia sarebbe opportuno esaminare le opportunità che offre il mercato: ad esempio una fusione con altre banche italiane o un ritorno di peso delle Fondazioni (enti sussidiari, non statali).

Berlusconi, Tremonti e Draghi, dicendo (e promettendo di fare) apparentemente poco, hanno in realtà trasmesso abbastanza sicurezza. E questo perché il sistema bancario italiano è un valore accumulato nei decenni e (speriamo) non dilapidato in una manciata di mesi com'è stato per molte casate di Wall Street.
Gianni Credit, Il Sussidiario

PA/ Il piano “anti-Brunetta” del Pd? Solo una brutta copia delle proposte del Ministro…


giovedì 9 ottobre 2008
Si intitola “Più riforme per la PA e meno propaganda” il pacchetto di proposte presentato ieri in conferenza stampa da Linda Lanzillotta, ministro-ombra del Pd per la Funzione Pubblica.
Al di là dell’apparente spirito di contraddizione rispetto al Piano Brunetta, l’impostazione del Partito Democratico non si discosta molto da quella del Ministro. Segue, infatti, una linea riconosciuta da tutti come indispensabile e che, con grande lentezza, si è andata affermando a partire dai primi anni Novanta: la linea della trasparenza e della semplificazione. Alcune delle proposte presentate, inoltre, ricalcano letteralmente quanto già annunciato da Brunetta, ad esempio dove si prevede di rendere accessibili on-line tutte le informazioni delle PA o di legare le indennità di risultato alla presenza di una forma di valutazione.

Ancora una volta, il nodo della valutazione è centrale. Tutti concordano sulla necessità di trovare modalità efficaci per giudicare l’operato delle pubbliche amministrazioni e per intervenire rispetto alle diffuse sacche di inefficienza. Ma quando si passa dalle enunciazioni di principio alle proposte di realtà, è facile smarrirsi.

Il PD propone di creare una Autorità indipendente, che valuti con obiettività le prestazioni della pubblica amministrazione. L’esperienza delle autorities all’italiana non è certo delle più felici ed è difficile ipotizzare un alto livello di indipendenza dalla politica per un organismo di 5 membri, 3 dei quali nominati dal governo. Se dunque il PD desidera, come affermato nel documento, che «la politica faccia non uno, ma due passi indietro» rispetto all’occupazione della PA, non è questa la strada da seguire.

Infatti, non è dall’alto che deve arrivare la valutazione, ma “dal basso”: dai cittadini, dagli utenti, dai destinatari dei servizi, che sono anche i contribuenti che li finanziano. Finché non si passerà da una valutazione degli obiettivi e dei processi a una valutazione dei risultati, ogni tentativo di creare una pressione meritocratica all’interno della PA causerà solo un circolo vizioso di scarico di responsabilità: si continueranno, insomma, a produrre atti formalmente perfetti e sostanzialmente inefficaci.

Occorre, invece, aprire la pubblica amministrazione al confronto col territorio, con le persone che ci vivono e con i corpi intermedi della società. Bisogna superare l’ideologia del “pubblico = statale” e attivare una sana collaborazione pubblico-privato per vincere il senso di “irrealtà” che ancora domina l’amministrazione italiana.

In questo senso, ben vengano l’appello finale del PD ad evitare ogni ritorno al passato rispetto alle conquiste legate alla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego e la richiesta di semplificare le procedure di contrattazione. Se infatti non è compito della politica costruire l’amministrazione perfetta, serve però il contributo di tutti - governo e opposizione - per favorire un’azione sempre più sussidiaria di chi all’interno della PA opera al servizio dei cittadini.

Roberto Albonetti, Il Sussidiario

mercoledì 8 ottobre 2008

Il primato del fare e il mito risorgente della superiorità morale. Stefano Folli


Piccole cronache dello strano bipolarismo italiano. Il presidente della Camera, Fini, ha posto un freno alla baldanza con cui il premier Berlusconi ha annunciato che il governo farà ricorso in modo sempre più massiccio ai decreti legge, così da aggirare le lungaggini parlamentari. Il presidente del Senato, Schifani, invece non vede il problema e ritiene, anzi, che il Parlamento stia facendo il suo dovere legislativo.Il problema è antico. Tutti i governi, salvo eccezioni, hanno fatto uso e abuso dei decreti. Spesso vi erano costretti dalle circostanze, in presenza di autentiche sabbie mobili parlamentari. Più in generale, sfruttavano la scorciatoia. O tentavano di farlo: la storia repubblicana è piena di decreti non convertiti e lasciati decadere. La differenza è che i premier del passato, anche quando esageravano con i decreti, amavano rendere un omaggio magari lievemente ipocrita alla «centralità del Parlamento». Berlusconi, viceversa, è il primo che rivendica in maniera esplicita il ricorso al decreto legge. Con l’argomento che in tal modo si evita di perdere tempo fra Camera e Senato.Per la nostra cultura parlamentare è quasi uno choc. Non solo a Palazzo Chigi siede un presidente del Consiglio che gode di un potere sconosciuto a tutti i suoi predecessori. Ma costui, l’«uomo del fare», non esita a trattare con qualche sufficienza i suoi stessi parlamentari, membri di una maggioranza ampia come non mai. Il fatto è che Berlusconi, esaltando il ricorso al decreto, sa di interpretare il sentimento di una larga opinione pubblica desiderosa di efficienza. Egli parla e agisce come se fosse stata già approvata la riforma della Costituzione: una riforma, va da sé, che fotografa il ruolo crescente dell’esecutivo a scapito del Parlamento.Gianfranco Fini, pur essendo parte della maggioranza (come Schifani, del resto), ha avuto da obiettare. Con argomenti logici ha difeso la funzione delle Camere. Si può esser certi che così facendo ha voluto anche dar voce ai dubbi del Quirinale. È uno dei casi in cui è opportuno che il presidente di uno dei rami del Parlamento «copra la corona». Non si può chiedere a Napolitano, cui spetta di firmare i decreti, di esporsi in prima persona in una sorta di conflitto sotterraneo con il governo. Meglio concentrare gli sforzi verso una modifica dei regolamenti parlamentari: come sostiene Fini, con l’accordo su questo del premier.L’episodio, da non trascurare, sembra portare acqua al mulino dell’opposizione. Ma Berlusconi non se ne cura ed è convinto - finora con qualche ragione - che gli italiani lo seguano. D’altra parte, le polemiche di Veltroni sulla «crisi della democrazia» avrebbero bisogno di essere sostenute con argomenti più incisivi. Ieri il leader del Pd ha negato al premier la possibilità di candidarsi al Quirinale «perché non ha fatto il bene dell’Italia». In tal modo Veltroni recupera il mito della «diversità morale» della sinistra. Solo chi è moralmente migliore può decidere se l’avversario «ha fatto il bene» del Paese. Invece di preoccuparsi della sua ascesa al Quirinale, sarebbe meglio chiedere a Berlusconi una riforma equilibrata della Costituzione, con i pesi e contrappesi necessari. Eppure, proprio su questo nodo, Veltroni (in un’intervista all’Espresso) è piuttosto ambiguo: tanto da lasciar intendere che, a certe condizioni, il presidenzialismo potrebbe piacergli. E sulla riduzione del numero dei parlamentari, il Pd voterebbe a favore. Ma se il problema è la crisi della democrazia, non sarebbe pericoloso? (Il Sole 24 Ore)

Centrodestra.blogspot.com

Il problema dei decreti c'è sempre stato e la sinistra ha fatto ben di peggio


di Fausto Carioti

Difficile prendere sul serio Walter Veltroni che si atteggia a leader dell’opposizione di un Paese a democrazia limitata. Il segretario del Pd grida al golpe strisciante perché il governo lascia al parlamento solo le briciole dell’attività legislativa. In un’intervista all’Espresso, si spinge a negare a Silvio Berlusconi il diritto di farsi eleggere al Quirinale come ogni altro cittadino. Ma uno come lui, quando lancia simili allarmi non può essere credibile. Per almeno due motivi.Primo: quello che sta facendo il governo attuale sul piano legislativo lo hanno fatto tutti i governi degli ultimi decenni. Durante la scorsa legislatura, nei primi 365 giorni del governo Prodi, furono approvate in Parlamento solo 36 leggi: ben 22 di queste, cioè il 61%, erano conversioni di decreti legge fatti dal governo. Tanto che Gennaro Migliore, capogruppo rifondarolo alla Camera, a un anno dall’insediamento del governo lamentava «il ricorso esagerato alla decretazione d’urgenza». Lo stesso Giorgio Napolitano, in quei giorni, dovette intervenire (non era la prima volta) per chiedere «il rispetto dei limiti posti dall’articolo 77 della Costituzione», ovvero di quelle caratteristiche di straordinaria «necessità e urgenza» che i decreti legge in teoria dovrebbero avere sempre, ma che molto spesso non possiedono, poiché servono solo a legare le mani al Parlamento.A dirla tutta, la scorsa legislatura si fece di molto peggio. Siccome ogni volta che a palazzo Madama si andava alla conta Romano Prodi rischiava di tornare a Bologna da disoccupato, si decise che il Senato doveva riunirsi, e soprattutto votare, il meno possibile. Così le leggi venivano fuori col contagocce. Quel parlamento, guarda caso, segnò il record negativo della produttività sia calcolando le leggi approvate, sia contando le sedute d’aula. E quando proprio non si poteva non votare, il provvedimento su cui l’aula di palazzo Madama era chiamata a decidere veniva blindato mediante la fiducia. Il parlamento, insomma, era davvero svuotato di potere e dignità, ma per Veltroni era tutto normale. Il secondo motivo per cui il segretario del Pd non è credibile è che il Pdl gli ha messo sul piatto un modo per ridurre i decreti del governo, limitandoli a quei «casi straordinari di necessità e d’urgenza» previsti dalla bibbia costituzionale. È una modifica del regolamento parlamentare, proposta dai senatori Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. In sostanza, «la quota prevalente del tempo di lavoro» dell’assemblea sarebbe dedicata ai «disegni di legge segnalati dal governo, mantenendo una quota residuale a disposizione dell’opposizione»; i disegni di legge che costituiscono attuazione del programma di governo dovrebbero essere approvati o respinti entro sessanta giorni; per questi provvedimenti e quelli di natura finanziaria il governo sarebbe libero di chiedere il “voto bloccato”, rendendo così impossibile ogni emendamento.In cambio, sarebbe istituzionalizzata la figura del capo dell’opposizione, che avrebbe poteri di controllo nei confronti del premier e potrebbe chiedere la diretta televisiva per una seduta parlamentare al mese; i “ministri ombra” avrebbero una posizione privilegiata nei lavori parlamentari; l’intera opposizione avrebbe maggiori risorse umane e finanziarie e più poteri di ispezione e controllo. Questa proposta di modifica dei regolamenti è frutto dell’incontro che Berlusconi e Veltroni ebbero prima che iniziasse la campagna elettorale e dei tanti colloqui che ne seguirono tra il costituzionalista di Veltroni, Salvatore Vassallo, e il plenipotenziario di Berlusconi, Quagliariello. Eppure, sino a oggi, dal Pd hanno respinto l’offerta di cambiare i regolamenti parlamentari.La verità è che solo così Veltroni può ritorcere contro Berlusconi il suo decisionismo (la caratteristica che gli italiani più stanno apprezzando), presentarlo come una minaccia alla istituzioni e sostenere che uno come lui non potrà fare il presidente della Repubblica perché al Quirinale servono «figure che garantiscano la Costituzione». L’esatto contrario di quanto detto da Massimo D’Alema, il quale - bontà sua - aveva fatto sapere che «Berlusconi può candidarsi al Quirinale come chiunque». Ma Veltroni ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione. Almeno sino al 25 ottobre, quando è prevista la manifestazione di protesta del Pd contro il governo. Per portare in piazza quanta più gente possibile, dovrà mostrarsi intransigente su tutto e, almeno fino a quel momento, farà a gara con Antonio Di Pietro a chi la spara più grossa.Intanto, eserciterà tutta la pressione possibile sul presidente della Repubblica e sui presidenti dei due rami del parlamento. Farà appello al loro orgoglio e alla costituzione per condizionare il loro comportamento e volgerlo contro Berlusconi. Veltroni può già sventolare l’impegno assunto ieri da Gianfranco Fini, terza carica dello Stato, di «far sentire la voce della Camera» se il governo farà un «abuso» di decreti legge. Ma al momento né lui né Napolitano, e tantomeno il forzista Renato Schifani, presidente del Senato, sentono la necessità di intervenire. Qualunque cosa possano pensare di Berlusconi, prima di prestarsi a un gioco così sfacciato come quello di Veltroni ci penseranno due volte.

Libero. Pubblicato il 3 ottobre 2008.

SCUOLA/ Ecco perché è stato giusto porre la fiducia sul decreto Gelmini



Il decreto Gelmini sulla scuola è passato, per ora alla Camera, con il voto di fiducia. Giusto così? Certo che sì. Se c’è emergenza educativa, lo dice la parola stessa, l’urgenza degli interventi per sostenere un processo positivo, è quasi una tautologia. Sfioro appena la questione di metodo che sta dietro le proteste sull’uso di questo strumento. Non è affatto vero, come sostengono le opposizioni, che non sia stato possibile lavorare in Parlamento sui contenuti. In Commissione cultura e istruzione ci sono stati centinaia di emendamenti nel merito, preceduti da dibattiti sulla idea di scuola e di educazione sin dal mese di giugno. Sembra poco? Le proposte del ministro si sono scontrate, quando dagli alti cieli sono scese sulla terra, con un pregiudizio tremendo e ossessivo. Si è continuato a sostenere che l’unico intento della Gelmini fosse di fornire copertura con il grembiule e riccioli con l’educazione civica all’unica sostanza: cioè tagliare, licenziare, quasi punendo gli insegnanti e le famiglie dei bambini. Per cui il vero artefice del decreto sarebbe Tremonti. Verrebbe voglia di dire: e allora? Tremonti ha dimostrato di essere un uomo di cultura tra i più lungimiranti rispetto al destino della nostra Italia. Se ha lavorato con la Gelmini, tanto meglio. Tremonti non vuol dire tagli. Ma applicare ai conti del Paese le regole del buon padre di famiglia.
Il fatto è questo: che la sinistra italiana, in particolare il Partito democratico, si è gettata con furia contro la Gelmini non per difendere gli studenti ma per tutelare il loro leader, che ha bisogno di un terreno dove poter spostare masse urlanti. E la scuola è sempre stata un buon terreno per battaglie politiche esterne alla scuola stessa e al bene dell’educazione.
Così stavolta. Per non affrontare i problemi veri della scuola italiana si è disposti a tutto, persino a mettere a tema la scuola: però per finta.
Così negli accenti uditi ieri alla Camera non si è affermato un contenuto positivo, ma solo il contrasto, la contrapposizione. Elementi interessanti si sono ascoltati nell’intervento dell’onorevole Santolini dell’Udc, ma resi aspri dalla logica politica tutta tesa a negare la fiducia al governo.
Ribadisco qui i punti che mi inducono a ritenere positivo il decreto Gelmini.
1) La semplicità. Ci sono poche cose, molto chiare. Mariastella Gelmini non ha voluto proporre una riforma – lo ha ripetuto spesso – ma aggiustare, sistemare, riordinare quel che bastava per mettere al centro della Scuola non lo Stato, e neanche i problemi sociali: ma chi nella scuola va educato. L’alunno e poi lo studente.
2) L’idea di educazione. Qui siamo al centro del decreto. Il maestro prevalente. Non unico. Non si vuole eliminare l’insegnamento dell’inglese o dell’informatica, con il docente specifico, anche se è bene possa magari essere lo stesso insegnante dominante ad attrezzarsi al riguardo. Certo: questo provocherà risparmi. Libererà risorse in un bilancio per la scuola dove gli stipendi si prendono il 96,98 per cento del budget. Il maestro prevalente obbedisce – ed è stato ribadito dal ministro, dal Pdl ma anche dalla Lega e, fino al momento del voto, dall’Udc – ad una concezione per cui l’educazione si fonda su un rapporto personale forte. I maestro modulari (tre ogni due classi, spesso di dieci alunni ciascuna) sono stati imposti per ragioni sindacali e di welfare (occupare giovani laureati) ma anche a causa della pedagogia del doppio o triplo punto di vista da proporre ai bambini, così che possano crescere nel dubbio…
3) Il principio di autorità. Il voto in condotta non è il toccasana contro il bullismo, ovvio. Ma fornisce uno strumento che permetta al ragazzo e alla famiglia di riconoscere in chi lo impugna un’autorità. Autorità nel senso etimologico di qualcuno che parla con certezza di che cosa sia il bene e il male, e su questa base chiede la disciplina.
4) L’educazione allo stare insieme. Si chiama Cittadinanza e Costituzione, nel decreto. Va intesa non come una sorta di educazione statale neutra. Ma la comunicazione dei caposaldi della vita comune. Anche qui: con semplicità. Il rispetto reciproco, la cura di chi è diverso, ma anche il non sporcare i muri. L’alzarsi in piedi quando in classe entra un adulto. E così via.
5) Il voto in decimali. Serve a ripulire dagli psicologismi e dagli sforzi espressivi spesso poverissimi i giudizi sull’italiano e la matematica.
Dinanzi a tutto questo l’opposizione sostiene che in tal modo si uccide la scuola, si toglie il tempo pieno, si licenziano i maestri. Tutte cose fasulle. Propaganda pura. Le famiglie potranno scegliere se lasciare i figli 24 o 27 o anche 40 ore a scuola. Non si capisce perché opporsi alla libertà di scelta. Possibile che tutti debbano essere inquadrati per inviare i figli a farsi indottrinare dalle scuole progressiste, che poi fanno progredire solo l’ignoranza?
Il Sussidiario, 8 Settembre 2008

martedì 7 ottobre 2008

LADRI DI APPARTAMENTO RUBANO GIOIELLI, CAPI FIRMATI E GRIFFE DI ALTA MODA: INDOVINATE A CHI…


A CASA DEL SEGRETARIO REGIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, GIACOMO CONTI, A SESTRI LEVANTE, I LADRI PORTANO VIA ORO, GIOIELLI E UN INTERO GUARDAROBA DI CAPI FIRMATI E GRIFFE DELL’ALTA MODA… DALLE TUTE BLU ALLE PASSERELLE …
D’accordo che ormai eravamo abituati ai capi firmati di Fausto Bertinotti, alle sue sciarpine in cachemire, alle sue originali giacche inglesi. Ma almeno in periferia i dirigenti del Partito per la Rifondazione comunista qualche pullover girocollo di antiche tradizioni lo conservavano, se non altro per le manifestazioni ufficiali, dove bisognava marciare a fianco della classe operaia, contro i padroni e i borghesi nemici del proletariato.Ma mentre il neo segretario Paolo Ferrero vende in piazza, a Roma e a Milano, un chilo di pane a 1 euro politico, come segno tangibile di “cosa vuol dire stare dalla parte dei ceti popolari e delle famiglie colpite duramente dalla crisi economica”, cercando di recuperare un minimo di credibilità politica, dopo gli anni del governo Prodi, ecco che a Sestri Levante, nella Riviera ligure, una piccola banda del buco si introduce in un’abitazione e mette a segno il solito furto in un appartamento. Leggiamo sui giornali che il bottino di cui i ladri si sono impossessati consiste in 600 euro in contanti, ori e gioielli per 2.500 euro, una consolle Sony Playstation, un lettore file di ultima generazione, ma soprattutto “un intero guardaroba di capi firmati, griffe dell’alta moda e pezzi molto costosi”.Che i ladri si siano introdotti a casa di esponente dell’alta borghesia rivierasca? O forse di un amante della moda che ne segue la costante evoluzione? No… si tratta dell’abitazione di Giacomo Conti, segretario regionale di Rifondazione comunista, che in quel momento era impegnato presso un’emittente locale in una trasmissione televisiva dal tema “Destra o Sinistra”.Non è chiaro a questo punto che rappresentasse sullo schermo il Conti, se la destra o la sinistra… né quale capo ricercato avesse scelto per la sua apparizione televisiva, salvandolo così dalle mani dei ladri rivieraschi.Non ci è dato neppure sapere in quali occasioni il Conti sfoggiasse il suo guardaroba di griffe dell’alta moda, se nelle assemblee dei metalmeccanici o durante le riunioni dei portuali, se nei dibattiti alle case popolari o nel corso dei cortei studenteschi.Certamente in ambienti selezionati, dove avrebbero apprezzato il suo look un po’ borghese, concedetecelo… da controrivoluzionario.Forse si trattava però di un travestimento: perdendo consensi a sinistra, sperava, introducendosi nei salotti buoni, di recuperare voti nell’alta borghesia genovese.Frequentando le passerelle di moda per valutare capi e tessuti, forse pensava a come rivestire le antiche tute blu in maniera più consona ai tempi nuovi del neoliberismo imperante.Sono trascorsi i tempi degli agitatori di massa, delle strizzate d’occhio ai no global, delle manifestazioni per la pace, ora ci si dà appuntamento alle sfilate di Pitti uomo, ecco la nuova stagione della Sinistra, la collezione primavera estate, con tutti gli accessori e le griffe del caso.In attesa di firmare qualche referendum contro il Governo borghese di Centrodestra, meglio soffermarsi sul genere dei capi firmati, sempre di firme si tratta suvvia…non sottilizziamo troppo.In fondo le debolezze borghesi in altri tempi leninisti avrebbero portato alla fucilazione, ora al massimo ti rubano in casa…E’ il bello della democrazia… dalla casa del popolo alla casa di moda…

Rischio diossina, chiuso l’inceneritore


di GIACOMO BINI
Il termovalorizzatore di Montale è spento in seguito al rilevamento di un’anomalia registrata dal sistema di controllo sulla portata dei carboni attivi, i materiali che servono all’abbattimento delle emissioni di diossine. In seguito al verificarsi dell’inconveniente, è scattato un dispositivo di sicurezza installato recentemente nell’impianto di Montale allo scopo di garantire l’effettivo flusso di carboni attivi, le sostenze che assicurano l’abbattimento delle diossine contenute nelle emisisoni dell’impianto. NON APPENA è stata registrata l’anomalia, nella giornata di sabato, i responsabili del termovalorizzatore hanno deciso lo spegnimento in ottemperanza alle procedure di sicurezza stabilite dopo l’incidente del luglio 2007. Secondo queste procedure qualsiasi elemento di disfunzione registrato nei sistemi di controllo deve determinare il fermo dell’attività. Una volta concluso il processo di spegnimento, che è terminato tra domenica e lunedì, si sono svolte, nella giornata di ieri, le verifiche tecniche necessarie alla ripresa dell’attività dell’impianto. OGGI, alle ore 15, nella riunione del consiglio provinciale il vice-presidente della giunta di Palazzo San Leone Giovanni Romiti, che presiede il Comitato Provinciale di controllo sul termovalorizzatore, farà una «comunicazione urgente» per spiegare quanto è avvenuto all’impianto montalese. La comunicazione di Romiti è stata aggiunta solo ieri pomeriggio all’ordine del giorno previsto per la seduta del consiglio. «SI TRATTA dei sistemi di sicurezza che abbiamo voluto – dice il sindaco di Montale Piero Razzoli – perché l’impianto funzionasse con tutte le garanzie. La procedura ha funzionato in modo rapido e trasparente. E’ stato informato Romiti nelle sue vesti di presidente del comitato di controllo. Io da parte mia ho informato anche i capigruppo consiliari». E’ LA PRIMA volta che il termovalorizzatore viene spento dopo la chiusura decisa dal sindaco di Montale Piero Razzoli il 18 luglio 2007 in seguito allo sforamento nelle emissioni delle diossine. Proprio i carboni attivi sono stati individuati dal Cis, il consorzio che gestisce l’impianto, come i responsabili di quello sforamento in quanto, secondo la tesi dell’azienda, era in uso nell’impianto una partita di carboni di qualità non adeguata forniti dalla ditta milanese Gale (la quale respinge invece ogni addebito). Sulla questione è in corso un procedimento giudiziario presso il tribunale di Pistoia. IL NUOVO CONSIGLIO di amministrazione del Cis, presieduto dall’architetto Angelo Fazio, ha introdotto tre sistemi nuovi di sicurezza: il campionamento in continuo delle diossine, il campionamento del carbone attivo ad ogni fornitura e il sistema di controllo sulla portata degli stessi carboni attivi. Da quest’ultimo è partito il segnale di allarme e l’impianto è stato fermato in attesa delle opportune verifiche.

L'ACCUSA IL CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA: «NESSUNA COMUNICAZIONE DOPO IL PROVVEDIMENTO»
Niccolai: «Ancora una volta tutto è stato fatto in silenzio»

di GIANCARLO ZAMPINI
«ANCORA una volta la comunicazione fra chi gestisce l’inceneritore ed i cittadini lascia a desiderare: trovo davvero inconcepibile che si chiuda l’impianto venerdì notte, ed alle 21 di lunedì non sia stata data nessuna comunicazione». Queste sono le parole di Mario Niccolai, capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale a Quarrata e consigliere provinciale. Dice ancora Niccolai: «Domani (oggi ndr) c’è il consiglio provinciale, anche a noi consiglieri non è stata data nessuna comunicazione al riguardo, solo una email per annunciare l’integrazione dell’ordine del giorno, dove si da notizia di un comunicato urgente del vice presidente Romiti in merito al termovalorizzatore di Montale. Nessun accenno al blocco dell’impianto». LO STOP è un fatto grave: «A noi risulta — prosegue Niccolai — che la chiusura è stata decisa per il malfunzionamento di alcuni filtri, un guasto venuto alla luce grazie ai sistemi di rilevazione di cui è stato dotato il termovalorizzatore a seguito delle emissioni dello scorso anno. Senza questa nuova tecnologia chissà dopo quanto tempo i tecnici si sarebbero accorti del malfunzionamento». Concludendo: «Speriamo non ci siano state emissioni dannose per la gente — dice ancora Mario Niccolai — Quello che dispiace, come ho detto in apertura, è la mancanza di collegamento fra la gestione dell’impianto e la gente. Un fatto grave, alla luce di quanto è accaduto lo scorso anno, considerando che ci stiamo ancora leccando le ferite. Mi auguro fortemente che il blocco sia tolto prima possibile — conclude — e che non sia stata registrata nessuna emissione di fumi dannosi alla salute».
La nazione, 7 Ottobre 2008

PER UN PUGNO DI VOTI


IL CAPO dello Stato lancia dal Vaticano l’allarme razzismo. Per Veltroni è emergenza nazionale. Le anime belle (e anche quelle brutte) della sinistra si danno convegno sui teleschermi, nelle piazze, sui giornali. Denunciano sopraffazioni xenofobe. La colpa è del ‘clima’, del berlusconismo, del maronismo. Se la prendono con la polizia che a Ciampino ha fermato una somala già nota per contrabbando di droga. Marciano per condannare l’uccisione a Milano di un giovane di colore (nero e negro sono al di fuori del politically correct). Ma — forse è il caso di ricordarlo — non fecero una piega quando, qualche tempo fa nelle Marche, un rom ubriaco investì e uccise quattro persone senza peraltro finire in prigione.Siamo davvero tanto cattivi? E se lo siamo, come sconfiggere la ‘deriva’ razzista, mi chiedono alcune e-mail? La risposta ovvia è: l’integrazione. Intendo l’integrazione sociale e economica, come sta avvenendo in molte province del Nord, in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, che sono un modello per tutta l’Europa.Ma non è questo il traguardo inseguito da chi ci (e si) dipinge come un popolo di ipocriti sciovinisti indulgenti o complici di fronte a pestaggi e insulti. Il traguardo è la concessione del diritto di voto. Dapprima a livello locale, amministrativo. Successivamente a livello politico. E se ne comprende il perché: in ogni nazione che abbia conosciuto fenomeni migratori, la prima generazione vota in grande prevalenza a sinistra. E’ accaduto fra gli italo-americani: sino alla metà del secolo scorso erano quasi tutti democratici, ora sono quasi tutti repubblicani.E’ giusto, mi chiedono ancora? Sarebbe giusto, anzi doveroso far votare quegli immigrati che hanno la cittadinanza italiana. Per ottenerla ci vogliono dieci anni di residenza legale. Si può discutere se ridurla a cinque come avviene negli Stati Uniti. Ma il passaporto è una condizione pregiudiziale. E non solo negli States.Se diamo un’occhiata all’Europa, vediamo che solo la Gran Bretagna fa un’eccezione per i cittadini provenienti da Paesi del Commonwealth. E a livello locale le eccezioni più note sono in Danimarca, Svezia, Finlandia, Svizzera, Portogallo (per i brasiliani). La chiusura dei grandi Paesi dell’Ue si spiega con la consapevolezza di due grandi ostacoli. Il primo riguarda, come in Italia, la Costituzione: va emendata e ci vuole una maggioranza qualificata. Il secondo è di opportunità: le elezioni amministrative hanno talvolta una forte valenza politica. (cesaredecarlo@cs.com), La Nazione, 6 Ottobre 2008

domenica 5 ottobre 2008

LA CALUNNIA RAZZISTA

Il presidente del Consiglio ha avuto l'idea di sospendere la presenza dei rappresentanti del governo ai talk show. L'ha avuta dopo una performance di Rosy Bindi. La Bindi è un classico caso di odio teologico, lo ha dimostrato nella macellazione perfetta che essa ha fatto dei democristiani del Veneto: è stata il vero braccio secolare di Martinazzoli e del passaggio a sinistra del Partito Popolare. Non so se questo disegno ragionevole di un Aventino televisivo della maggioranza sarà confermato: le parole di odio convengono alla sinistra, la maggioranza preferisce i fatti. E li preferiscono anche gli elettori. Ma che la sinistra, spaesata nel popolo, voglia ricreare un clima di odio nel paese lo si vede dal modo in cui la stampa, sempre influenzata dalla sinistra che è la cultura dominante nei giornalisti, tratta i temi del razzismo.
«Cinese picchiato: è razzismo». Lo dice nel titolo Il Corriere della Sera. Ed ovviamente se un cinese picchia un italiano è autodifesa. Per la cultura dei media l'Italia comune, che non parla il politichese, è razzista e non lo sa. Il paese ha assorbito una grande quantità di neri, è stato intermante invaso da gente di colore. I cinesi hanno creato un'economia sommersa autogestita, tutta al di fuori dalle regole occidentali. La gente ha accettato questo fatto. Educata dal cattolicesimo su cui si è innestato il socialismo, l'Italia ha una cultura terzomondista da decenni. Non a caso è una terra in cui il personaggio più stimato è il missionario. Ma si deve pensare che l'italiano è razzista perché bisogna assicurare il carattere salvifico della sinistra, che introduce nella massa malata di un popolo formato dal cattolicesimo e che di per sé non può produrre che il fascismo, il germe salvifico della civiltà. Bisogna educare gli italiani a pensare se stessi come colpevoli, a vergognarsi di essere italiani, a credere di dover essere redenti da un peccato originale di cui il razzismo è l'effetto. E pensare che il duce promosse la rivista in difesa della razza di Telesio Interlandi, perché colpito dal fatto che gli italiani, come i portoghesi in Brasile, si accoppiavano facilmente con le abissine. La rivista aveva come logo una spada che separava una statua romana da una immagine ebraica e da una donna abissina.
Essere italiano come colpa, come un popolo potenzialmente fascista e razzista che deve curare se stesso e sostenere coloro che si dicono antirazzisti e antifascisti, minoranze salvifiche di un popolo perduto. La sinistra si rappresenta così. Il peccato originale di razzismo e di fascismo si estende alla Polizia, alle forze dello Stato che sono dei picchiatori in potenza, colpevoli come istituto. Di fronte a questa predicazione di odio, si comprende l'Aventino del governo, che vuole evitare la scarica di insolenza che viene gettata sull'Italia come realtà e sul governo come suo rappresentante.
(da Il Giornale del 4 ottobre 2008)

BUON COMPLEANNO!!


Buon Compleanno da noi tutti!!!!

sabato 4 ottobre 2008

LA CINA OGGI

Il lager dei blue-jeans
C’era una volta il West…
Oggi i jeans delle maggiori brand mondiali arrivano dal Far East e sono frutto di condizioni di lavoro proibitive.
La fabbrica Huang a Zhonghan, al centro di un esclusivo servizio del 34enne fotografo Justin Jin, è un lager impregnato di polveri e vapori tossici, ma senza traccia di diritti sindacali, dove gli operai lavorano 18 ore al giorno per un salario mensile equivalente a 150 euro.
Pochi soldi che sono il prezzo per soddisfare la sete di moda a basso costo dell’Occidente come, in altre aziende della città, di calzature, fuochi d’artificio, giocattoli, fiori sintetici…
Una miseria che in Cina rappresenta il necessario e che a molti è comunque negato, pure in questa provincia del Guangdong, da sempre necessario retroterra di Hong Kong. Ma anche, dal 1979, al centro dell’esperimento di sviluppo economico avviato da Deng Xiaoping che ha permesso il decollo industriale di aree selezionate del paese e l’apertura di un divario fra Cine a più velocità che va approfondendosi.
Parte integrante del successo cinese, l’uso massiccio, poco regolamentato e per molti aspetti spregiudicato delle risorse umane si avvantaggia di una realtà rurale in arretramento e dei molti milioni di cinesi che, senza documenti e nessuna tutela, vagano da una città all’altra in cerca di opportunità, testimoni insieme del fallimento della politica del figlio unico e della mancanza di diffuse opportunità fuori dalle «zone di sviluppo speciale».
Dei dieci milioni di bambini che secondo gli osservatori internazionali ogni giorno mancano all’appello nelle aule scolastiche dell’immenso paese orientale, la metà sono impiegati in manifatture di ogni tipo e dimensione e se in alcune delle province più arretrate i minori costituiscono addirittura il 20% della forza-lavoro, nel popoloso Sichuan un accesso al mondo del lavoro sarebbe garantito all’85% dei bambini e dei giovani in cambio di orari massacranti e stipendi che raramente superano i 20 centesimi di euro l’ora.
L’Organizzazione mondiale del lavoro (Oml) ha rilevato come persino la sterminata produzione di capi di vestiario, accessori e gadget che ha accompagnato il percorso della fiaccola verso Pechino ha visto impegnata per 12-13 ore al giorno un’ampia manodopera infantile, non solo sottopagata ma anche senza alcuna prospettiva una volta chiusi i cancelli olimpici.
Firmataria di diverse Convenzioni internazionali, a partire da quella Onu n. 182 che proibisce attività lavorative che siano pericolose o interferiscano con l’educazione dei bambini, la Cina non ha mai ratificato la Convenzione Oml n. 138, che definisce l’età minima di accesso al lavoro.
Tuttavia, l’adesione formale non solo è sovente aggirata in nome dello sviluppo Made in China, ma addirittura negata quando ad avviare a un lavoro con poche o nessuna tutela sono le scuole o le organizzazioni di partito che gestiscono i programmi di 'studio-lavoro': secondo i dati di Human Rights Watch, nel 2004 hanno coinvolto 400mila studenti tra i 12 e i 16 anni di età per una produzione dal valore stimato di circa 1 miliardo di euro.

Avvenire

giovedì 2 ottobre 2008

E chi paga, adesso?


"Lavori alle fognature, un contenzioso boomerang"


UN DEBITO di bilancio di 116 mila euro, in seguito al contenzioso con l'impresa di Luigi Gesualdi s.r.l con sede a Gallicchio (Potenza), ditta che ha realizzato le fognature per lo smaltimento delle acque nere in via IV Novembre, fra le frazioni di Ferruccia e Vignole.
Lavoro risultato fatto anche male, tanto che serviranno altri 203.670 euro per rendere funzionale il tutto. Questa la situazione emersa e denunciata da Maurizio Ciottoli, capogruppo in consiglio comunale di Alleanza Nazionale: «I lavori non sono stati effettuati a regola d'arte—dice Ciottoli—il contenzioso ha richiesto un arbitrato che si pronunciasse su chi aveva torto o ragione. Ebbene— continua Ciottoli—il giudizio, come si legge in un documento dell'ufficio Servizio Affari generali, comporta per l'amministrazione comunale una esposizione fuori bilancio di 116 mila euro, così determinati: circa 70 mila per il costo del lodo arbitrale ed altri 46 mila come onorari dei propri legali. Il risultato—dice ancora Ciottoli—è particolarmente negativo, come si legge nel giudizio, perchè le carenze del progetto posto a base della gara aggiudicata a favore dell'impresa hanno imposto adeguamenti organizzativi nell'attività di cantiere che hanno inciso negativamente sulla qualità dei lavori».
Quello che di preoccupante emerge da questa storia è che serviranno oltre 200 mila euro per rendere funzionanti queste fognature, che per il momento non saranno collegate a nessun depuratore. «Mi risulta che non sono previsti nuovi depuratori fino al 2016», dice Ciottoli. Altro fatto che fa discutere è l'arbitrato richiesto dall'amministrazione comunale: «Quando si chiede un arbitrato si parte dal presupposto di ottenere un buon esito—continua Ciottoli—altrimenti è meglio rinunciare. Per i vizi riscontrati nel progetto sopra riportati, l'amministrazione non ha avuto totalmente ragione. Nel giudizio infatti si legge: «... la nomina di un collaudatore in corso d'opera avrebbe sicuramente consentito di accertare a sanare la massima parte dei vizi e dei.....ecc.». Conclude Ciottoli: «Anche in questo caso—come per la pavimentazione di Via Montalbano rifatta totalmente nei mesi scorsi —i progettisti hanno delle precise responsabilità. Un grave danno per i cittadini che pagano di tasca propria errori madornali, quando i professionisti, comunque coloro che hanno redatto i progetti, non pagano mai».


Dalla cronaca locale de "La Nazione" del 2/10/2008

L'UNICA OPPOSIZIONE

Berlusconi andava condannato sempre, tutte le volte, è l’emanazione della P2, il figlioccio di Bush, un guerrafondaio, un despota, il gemello di Putin, ha vinto le elezioni perché ha le tv, la gente è stata circuita, ipnotizzata, Rete4 è illegale, Forza Italia l’ha voluta la mafia, c’entra con le bombe del ’93, con le morti di Borsellino e Falcone, coi soldi di Cosa nostra, la gente non sa niente perché la stampa è asservita, tutti maggiordomi, la gente ignora che a Napoli c’è ancora la spazzatura, che Alitalia l’ha salvata Epifani, che la Forleo e De Magistris sono perle d’equilibrio, che il mondo ride di noi, che le leggi sono tutte incostituzionali e che il Colle è imbelle, imbranato, che stanno distruggendo la giustizia come voleva Gelli, che il governo ha impoverito il Paese, sono tutti precari, Tremonti ci schianterà, licenziano tutti gli statali, c’è uno Stato di polizia, i soldati in strada, un nuovo razzismo che picchia i neri e scheda i bambini, è un nuovo autoritarismo, torna il fascismo, vogliono cancellare la Resistenza, riabilitare Salò, trasformare le scuole in caserme, santificare i mafiosi, cancellare la satira, imporre il Bagaglino, vogliono nasconderci che Berlusconi è basso, Veltroni non capisce che l’unica opposizione è questa, e non lo capisce neppure la schiacciante maggioranza degli italiani. Si vede che sono scemi. (il Giornale)

mercoledì 1 ottobre 2008

Il problema è l’elettorato di sinistra, ancora legato al fascismo rosso


Ieri, in questo post si scriveva che se Veltroni fa sortite pacchiane e demenziali, rimproverando a Berlusconi di aver creato un regime “putiniano”, antidemocratico e illiberale; in questo modo rappresentandolo innanzitutto come una minaccia per la democrazia, e poi come un “pericolo” cui la sinistra deve opporsi con ogni mezzo: questo dipende dal fatto che tra i suoi elettori, evidentemente, ci sia ancora chi vuole che l’avversario politico, venga rappresentato come un “nemico”.
Oggi, Pigi Battista - vicedirettore del Corriere della Sera, nonché persona che la sinistra assai bene conosce, per aver militato da giovane nelle fila di Unità operaia -, scrive questo:
“L’ipotesi più verosimile è che Veltroni, dopo aver imboccato con successo (anche se accolto con le reazioni sgarbate del capo del governo) la via del «confronto» nelle ultime fasi della vicenda Alitalia, abbia in mente la scadenza del 25 ottobre, in cui il popolo democratico manifesterà in piazza contro il governo Berlusconi. Conoscendo il suo popolo e le sue pulsioni, il leader del Pd sa quanto la «narrazione » della democrazia in pericolo, costruita in un quindicennio dominato dal vecchio schema, abbia ancora un’influenza pervasiva nella mentalità e nell’emotività diffusa nella sinistra. Un residuo del passato”.
Evidentemente, l’elettorato di sinistra - in buona parte - rimane comunista, ivi incluso quello del Partito democratico. Ed è un fatto noto a molti.
Come già ho detto ieri nei commenti a questo post: si vada sull’aggregatore-blog delle sinistre, Kilombo.org, e si legga i post scritti dai blogger del Pd. Blogger che dovrebbero essere “democratici”, social-liberali, e lontani dalla cultura comunista. E invece non lo sono. Non c’è un blogger - che sia uno - riconducibile al Pd, che non descriva ogni giorno Berlusconi, con un linguaggio offensivo e minaccioso; e che non lo rappresenti come un dittatore.
Questo primitivismo politico, questo analfabetismo, è il limite ontologico, morale e culturale della sinistra italiana. Che non ha un progetto, non ha un’idea, non sa parlare al popolo e affrontare i problemi della gente. L’unica cosa che le riesca, è sempre la stessa: criminalizzare l’avversario, coprirlo di contumelie ed insulti; propalare quantità industriali di menzogne, onde rappresentarlo come un criminale intento a fare macelleria sociale e a danneggiare i poveri e la Nazione; la vecchia e stantia filastrocca che speravamo fosse stata messa da parte, perché c’era stato raccontato che il Partito democratico, sarebbe stato altro. Qualcosa di nuovo e autenticamente “democratico”.
E invece no: siamo stati presi per il culo!
In questi cinque mesi di legislatura, questa sinistra non ha avanzato una proposta!
Chi vi scrive, è un “malato di politica”. Uno che non perde una dichiarazione pronunciata da un politico; uno che non perde una trasmissione televisiva, in cui siano presenti politici; uno che prova a capire questa merda di Paese, in mano a quale maggioranza e a quale opposizione sia finito.
Ebbene, io - in questo scorcio di legislatura - non ho ascoltato nemmeno una vocale, pronunciata da un leader del Partito democratico, che rappresentasse un suggerimento - offerto al governo e alla maggioranza parlamentare -, per migliorare un provvedimento di legge, o per fare l’intereresse della Patria.
Non parlo di Di Pietro: perché è un fascista, un troglodita, un cinico e spietato opportunista, cui l’interesse della Nazione non fotte una mazza! Gli interessa solo accaparrare voti, per ottenere più potere e più poltrone.
Io parlo del Pd!
Cos’è, questo partito? Che progetto ha per l’Italia? Cosa vuole essere? Quale Idea ha per la Nazione? Come intende rilanciare l’economia, ridurre la disoccupazione, ammodernare lo stato?
Non l’abbiamo capito.
L’unica cosa che siamo riusciti ad appurare, è che buona parte del suo elettorato e della sua base, non sia riuscita ancora a chiudere col proprio passato, col Secolo Breve, con le parole che pesano sempre come macigni e grondano ancora odio, terrore e violenza. Violenza giacobina. Una violenza dettata dalla putrida, ignorante, infondata convinzione di essere migliori e superiori a chiunque altro!
Questo è fascismo rosso! Questo è razzismo! Ed è anche la ragione per cui - è storia recente, purtroppo -, alcuni “compagni” hanno ammazzato Marco Biagi e Massimo D’Antona!
Ed è la motivazione, inoltre, che ha portato ieri un imbecille che lavora per l’Unità, a “
minacciare” - con una vignetta pseudosatirica -, un uomo come Brunetta, che da 25 anni vive sotto scorta, perché alcuni “compagni” vogliono ucciderlo!
Cari “compagni” dell’Unità, non potete permettervi queste cadute. Non potete permettervele, perché siete ex comunisti! E allora a noi viene il sospetto, se pubblicate una vignetta in cui si scherza col fatto che sia ”legittimo voler uccidere” Brunetta (”Guerre giuste”, è intitolata), che le vecchie buone abitudini - quelle di avere contiguità o complicità col mondo terrorista comunista -, voi non le abbiate abbandonate.
Inoltre, se Alemanno non può dire che il Fascismo non fu solo male, e cose negative (mentre lo storico e filologo comunista, Luciano Canfora, può farlo), e non può dirlo perché ha un passato fascista (da cui ha preso le distanze, dichiarandosi antifascista); allo stesso modo - perché le regole, o valgono per tutti, o non valgono per alcuno -, voi che dalla tradizione comunista provenite, tradizione che l’uso delle armi contempla: non potete permettervi di pubblicare vignette in cui siano presenti pistole, perché altrimenti a noi viene il sospetto che siate ancora comunisti; che vogliate ancora - come dire - ammiccare a “certi ambienti” o a “certe pratiche”; che, insomma, possiate ancora essere interessati a considerare quelli che uccidono - visto che i vostri capi, danno loro posti di lavoro -, “sedicenti Brigate Rosse”.
Non siete più comunisti. Ve l’hanno detto, o no?
Evolvete: siete ancora all’età della pietra.
E questo è un problema per la democrazia.

Camelotdestraideale

UNO STRAPPO AL CONTRARIO

Di Paolo Guzzanti
Veltroni scherza col fuoco paragonando l’Italia di oggi alla Russia di Putin: glielo dice uno che dissente totalmente dagli amori putiniani di Berlusconi, visto che per doveri d’ufficio so che cosa e chi è il Kgb di ieri e di oggi: il confronto veltroniano fra Italia e Russia, più che stiracchiato è sbagliato e dimostra a parer nostro, nella sua clamorosa inaccuratezza (“inaccuracy” per l’amico Walter che frequenta la nostra stessa America), il ritorno gravitazionale al passato: all’antiberlusconismo dell’età della pietra, con la clava, un antiberlusconismo che rinuncia persino di comprendere i limiti reali dell’attuale governo per incarognirsi in stereotipi dissennati e sterili. L’Italia, deve sapere il nostro Walter, è una fortissima democrazia ben viva in tutte le sue aree politiche, anche se si porta dietro vecchie e nuove piaghe. E di questa buona salute di base dovrebbe essere prima di tutto soddisfatto come democratico tout court, visto questo Paese che fino a pochi anni fa non aveva una destra decente da mandare al governo adesso ne ha una che governa con un consenso valutato, dai giornali di sinistra come Repubblica, intorno al sessanta per cento. Il problema, dovrebbe sapere Veltroni (ma lo sa, lo sa…) semmai è la sinistra che non cresce e non crepa un po’ come la capra e la panca dello scioglilingua. Ieri abbiamo letto una sterminata intervista di Veltroni sul Corriere della Sera, l’abbiamo letta con attenzione e con la speranza di trovare finalmente lo scatto, la novità, il colpo di genio politico che permettesse di provare quel che ho provato ieri l’altro sentendo Obama: io faccio il tifo per McCain, ma sono di nuovo rimasto affascinato dalla forza analitica e dalla capacità di progetto che ha Obama e che non ha Veltroni, per quanto gridi «Yes we can», visto che «he can’t». (...)
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