mercoledì 25 giugno 2008

La stampa europea si accorge che sulla giustizia ha ragione Berlusconi

E' destinata a saltare la cappa di conformismo anti-berlusconiano che regna in Europa, soprattutto a livello mediatico? Una prima crepa nell'atteggiamento pregiudizialmente ostile della stampa estera nei confronti di Berlusconi potrebbe essere individuata nell'editoriale pubblicato sabato scorso dal Financial Times, in cui Christopher Caldwell spiega che l'Italia farebbe bene a porre un freno ai giudici. E' la prima volta che un autorevole quotidiano europeo dà ragione a Berlusconi sui suoi problemi giudiziari.«L'Italia ha il diritto di frenare i suoi giudici», è il titolo della column. «E' ovvio che non hanno ragione», osserva l'editorialista riferendosi ai magistrati e spiegando che Spagna, Francia, Germania e Unione europea hanno una qualche forma di immunità, che «non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente».«Le accuse contro Berlusconi - si chiede Caldwell - scaturiscono da una disinteressata ricerca di giustizia oppure da un desiderio di una certa parte dell'elite italiana di revocare una scelta popolare non gradita?». Per rispondere a questa domanda l'editorialista parte da un dato di fatto, che in Italia, da oltre 15 anni, «i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente», e ricostruisce il quando e il come l'hanno raggiunto:
«Nei primi anni Novanta, quando gli italiani avvertirono che non avrebbero più avuto bisogno di tollerare la corruzione che rientrava in un patto regolare della politica della guerra fredda, giudici ambiziosi destituirono le leadership dei principali partiti in processi di corruzione. L'attività di epurazione condotta in Italia nel periodo successivo alla Guerra fredda è stata più accurata di quella condotta da parecchi paesi comunisti. Vi fu una reggenza del potere giudiziario sui rappresentanti eletti dal popolo, con i giudici che passavano al setaccio la classe dirigente della generazione successiva».
Un potere del genere, alla lunga, «non è salutare per una democrazia». Il sistema, secondo Caldwell, è «malsano», tanto che gli italiani sono arrivati a diffidare del loro potere giudiziario e hanno rieletto più volte Silvio Berlusconi pur conoscendo perfettamente le accuse a suo carico. Gli italiani «pensano che la giustizia funzioni male. E se il prezzo da pagare deve essere una sorta di "immunità" giudiziale per Silvio Berlusconi, essi sono disposti a pagarlo».
«La legge italiana è così lenta che cozza contro l'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani. In luogo di processi veloci, l'Italia ha la cosiddetta "legge Pinto" del 2001, che ribadisce il diritto a un risarcimento del danno di violazione della durata ragionevole del processo. John Major era il premier britannico in carica l'anno in cui ebbe inizio il processo Berlusconi-Mills. Le accuse che Berlusconi si è trovato a dover fronteggiare quando l'ultima legge sull'immunità giudiziale fu soppressa nel 2004 risalivano al 1985. Quando i nemici del premier mettono in guardia che 100 mila processi non celebrati sarebbero congelati perché sono trascorsi oltre sei anni, involontariamente adducono validi argomenti a favore della legge e non contro di essa».Certo, «le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma non sono mai solo a suo vantaggio. Riguardano sempre alcuni problemi veri, gravi abbastanza da compattare gli elettori dietro di lui. In questo sta il suo genio politico». L'immunità giudiziale per le più alte cariche dello Stato «potrebbe rendere la politica italiana meno litigiosa e più democratica», conclude Caldwell: «Il fatto che Berlusconi possa evitare un processo grazie a queste leggi costituisce un motivo per opporsi a esse. Ma è l'unico motivo per farlo, e non è sufficiente».


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